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Un contributo per l’oreficeria siracusana del Quattrocento. Il calice inedito di Giarratana e il marchio SAR

Giampaolo Distefano

Nell'assai differenziato panorama della cultura artistica siciliana del XV secolo, l'oreficeria ha risentito dell'antico svantaggio legato alla sua stessa materia, preziosa e quindi rinnovabile, all'occhio moderno "riciclabile". Un meccanismo questo che sì ci ha privato di molti capolavori ma che ben testimonia con quanta profondità l'innovazione e l'evolversi del gusto siano connaturati con questa arte, troppo spesso ritenuta conservatrice.

Nell'isola gli argenti antichi sopravvissuti documentano differenti correnti artistiche e numerose varianti locali dei modelli circolanti nel resto d'Italia e nel Mediterraneo; un panorama questo più ampio per la Sicilia Occidentale, che può contare su buoni corpora di argenti, purtroppo meno ricostruibile per la parte orientale. La situazione appare più compromessa nel versante sud-orientale dell'isola, devastato dal terremoto del 1693, dove le testimonianze si fanno rare e le sopravvivenze dello splendore dell'artigianato artistico medievale e della prima età moderna davvero esigue.

I documenti consentono di costruire rapporti, tessere le trame - spesso davvero sottili in mancanza di opere - tra i centri di produzione, la committenza, la destinazione. Sono soprattutto gli inventari a regalarci la possibilità di vedere e toccare con mano la ricercatezza delle opere che sugli altari delle chiese o sulle tavole dei nobili, facevano bella mostra della loro perizia tecnica, della loro materia preziosa.

Riuniti in corporazioni, gli argentieri siciliani videro approvati nel corso del secolo XV i loro capitoli, tesi a salvaguardare la buona lega del metallo prezioso e a garantirne ai committenti l'alto livello artigianale.
Nel 1447 fu la volta dei Capitoli della Maestranza degli argentieri della città di Palermo, voluti da Alfonso I il Magnanimo re di Castiglia, Aragona e Sardegna, regnante in Sicilia dal 1416 al 1458 [1] Sul modello dei regolamenti  palermitani nel 1467 furono approvati i Capitoli per la città di Catania; poche notizie d'archivio, piuttosto un piccolo gruppo di argenti marcati, documentano l'esistenza di una corporazione di argentieri nella città di Messina già nel Quattrocento [2].
Nel 1455 furono approvati da Bernardo Margarit, presidente della Camera Reginale, i "Capitoli e ordinazioni" della "fidelissima citati di Siracusa" [3]. In un contesto in cui le distruzioni, non meno le dispersioni, non consentono oggi di tracciare uno svolgimento diacronico e sistematico della produzione orafa siracusana così come è stato tentato per Palermo e la Sicilia Occidentale, è d'obbligo vagliare criticamente le rare fonti e rileggerle con occhio nuovo, anche in relazione all'opera con il marchio siracusano che qui si illustra.

La spagnolissima Siracusa del XV secolo, centro di indiscussa importanza della Sicilia orientale e sede della Camera Reginale, nel momento in cui dovette affrontare il problema di regolamentare la maestranza degli argentieri, si adeguò agli standard spagnoli: "chi lu marcu di lu argentu sia per omnia di quella liga, e secundu la liga simili all'argentu mercatu di Barchinona", recita perentorio l'atto del 1455.
Dal prezioso documento sappiamo che i bullaturi riceveranno "per loru salariu, e utilitati per ciascheduna tazza chi bullirannu grani dui, e di ciaschedunu bucceri grani deci, et similiter di unu calici di li altri vaxilli plani per ciaschedunu marcu grani". Probabilmente fra gli oggetti preziosi citati in questo passo dei Capitoli vengono indicati quelli richiesti con più frequenza dalla committenza: bicchieri, calici, piatti in argento e tazze. E proprio queste ultime sono attestate nel testamento di Alvaro Paternò dove troviamo "dui taczi grandi di argentu l'una simili all'altra di la merca di Syracusa" [4]. Il più tardo testamento del nobile catalano Don Alonso Heredia, datato 1644, enumera molti oggetti con il marchio di Siracusa [5].
Per quanto riguarda il versante della produzione destinata alle chiese, nel 1532 l'argentiere Camillo Cammilliani si impegnava a realizzare una custodia d'argento per Caltagirone "bona et perfetto argento che sia della tenuta seu bulla della città di Siracusa"[6].

Alla luce di queste notizie, appare significativo riflettere su un inventario inedito dei primissimi anni del XVII secolo. In occasione della Visita Pastorale del 1614 alla città di Mazzarino, il vescovo di Siracusa Giovanni Torres Osorio redige l'Inventario del'Argento et di tutta la robba della Matrice Chesa del Mazareni [7], ricco centro appartenente alla Diocesi siracusana.
Apre l'inventario "una Cruci de Argento della bolla di Siragusa con il Crucifisso in menzo de ramo dirato et quindici giglia torno de ramo diratu nelli stessa Cruci posta supra un bottone di ramo dirato"; segue in ordine "uno stabeli de Argento di Siragusa fatto a sipultura posta supra quatro balle di Argento", un "purtabile de Argento della bolla di Siragusa tutto gesilletto in il pede de ramo derato" e "uno calice tutto d'Argento con la sua patena tutto de argento della bolla di Siragusa senza dorato".
Da questi dati inediti possiamo trarre due tipi di conclusioni differenti: da un punto di vista strettamente tecnico notiamo l'uso abbinato dell'argento e del rame, materiale attestato nell'oreficeria liturgica e che in questo contesto è riservato alle parti ornamentali e decorative. Per esempio la croce ha una struttura in argento mentre gli ornamenti sono in rame. E proprio questi ultimi ci permettono di fare altre considerazioni, di natura formale. Seppur in assenza di qualsiasi sopravvivenza di questo corredo che ci consenta di avanzare delle ipotesi certe, i quindici gigli che decoravano la croce non potevano essere molto diversi da quelli attestati in molte croci spagnole del XV e del XVI secolo; e il repositorio fatto a sipultura poggiante su quattro sfere argentee, doveva essere un modello inconsueto in Sicilia soprattutto se messo in relazione al rarissimo repositorio del 1520 di Geraci Siculo [8]. Le creazioni degli argentieri siracusani erano quindi essenzialmente legate all'uso e alla lavorazione dell'argento e del rame. Latitano gli smalti, di difficile esecuzione e importati da altre botteghe specializzate, probabilmente messinesi.

Recentemente sono stati resi noti dei documenti che fanno luce sull'attività di alcuni argentieri siracusani attivi alla fine del Cinquecento: si tratta di Zosimo Branca, presunto autore di una delle due lastre argentee della vara di santa Lucia di Siracusa, e di Nicolò Cassarino, che realizzò in società con il Branca un "bacili lavorato diorato con le armi di esso signore" per il cavaliere di San Giovanni Antonio Mego; ancora nel 1614 Vincenzo Minniti, argentiere siracusano, lavora un paio di candelieri di argento "di la bulla di Siracusa" [9].
Se per un verso le fruttuose ricerche documentarie della Bresc-Bautier hanno fatto luce sulla presenza nella Sicilia Occidentale di numerosi argentieri spagnoli [10], ancora da delineare appare la situazione nel versante Orientale e Sud-Orientale, in cui certamente una ricca committenza, non meno una fittissima rete di rapporti dinastici con la Spagna  -
non ultimi i Cabrera nella Contea di Modica - certamente portò alla elaborazione di modelli e di forme di genuina matrice iberica e di apertura mediterranea. A confermare tali ipotesi un calice inedito che qui per la prima volta si presenta.

Il calice (fig. 1), proveniente da Giarratana (Ragusa), probabilmente da una chiesa distrutta dal terremoto del 1693, è in realtà un palinsesto di forme e di elementi diversificati. La base polilobata (fig. 2), la cui forma è variamente detta a corolla o a petali, dall'andamento ottagonale, poggia su uno spessore lavorato a traforo. Presenta un fondo in argento sul quale si sviluppa una decorazione vegetale in argento dorato. L'elemento di raccordo dalla forma architettonica, munito di piccoli contrafforti angolari e di piccole finestrelle a ferro di cavallo, è palesemente un elemento di reimpiego. L'incongruenza tra le due parti è manifesta nel momento in cui la base ottagonale restringendosi incontra il raccordo esagonale, creando uno spiacevole disequilibrio (fig. 3). Il fusto del calice a sezione esagonale, è arricchito da un nodo schiacciato dalla spiccata estensione orizzontale. Il fusto presenta un collarino, sul quale si innesta una coppa ottocentesca di restauro [11].
La tipologia della base, una soluzione poco frequentata dagli argentieri siciliani, è in realtà attestata, come del resto parecchie soluzioni stilistiche di molta oreficeria gotica e tardo-gotica, in una zona che va dal bacino del Reno e della Mosa a Parigi. In questo milieu il pezzo più antico che presenta una base molto simile alla nostra è il calice realizzato verso il 1330 dall'orafo parigino Jehan de Toull [12] Completamente rivestito di smalti traslucidi raffiguranti scene cristologiche, l'elaborata base ha la particolarità di ospitare tra le figurazioni a smalto lo stesso orafo, identificato da un titulus.

Nell'ambito della produzione orafa del nord e centro Italia, una regione che sembra frequentare, seppure raramente, la base a corolla è la Toscana. Uno dei più raffinati pezzi che in questa sede può servirci da confronto è il reliquiario conservato nella chiesa fiorentina di Santa Lucia dei Magnoli, realizzato a Firenze tra il 1480-1490. La base dalla sezione esagonale presenta anche in questo caso uno spessore lavorato a traforo che conferisce slancio al vaso [13].
Dall'area mediterranea invece giungono tre calici, conservati al Victoria and Albert Museum di Londra ma di produzione catalana (e di cui due portano il punzone di Barcellona), che hanno la medesima base dell'esemplare di Giarratana, seppure ad andamento esagonale [14]. Un altro confronto di area iberica ci è offerto dal calice proveniente dal convento di Santa Clara di Càceres, vaso caratterizzato da una base a corolla e dalla vistosa perlinatura alludente secondo Oman ai grani del rosario [15].
All'interno della Sicilia la medesima base allo stato attuale delle conoscenze è riscontrabile nella pisside - poi trasformata in reliquiario - proveniente dalla Matrice Vecchia di Castelbuono, nelle Madonie (fig. 4) [16]. L'elegante vaso, realizzato da un argentiere palermitano, poggia su un piede a corolla a sei petali che sembra ripetere la base del nostro calice.

La decorazione del piede dell'inedito calice di Giarratana è molto ben condotta e ricca: il fondo di argento è trattato con una accurata lavorazione realizzata a campitura di minutissimi cerchietti. Su questo fondo, operato come un tessuto, si diramano intrecci di foglie e ramages in argento dorato. Increspate foglie dal ritmo mosso e dirompente, abitano gli otto lobi della base; il gioco tra l'argento e l'oro ha una valenza luministica di grande forza, soprattutto quando si  associa agli abili colpi di trapano che l'argentiere impresse per conferire ai tralci maggiore dinamismo.

Due precisi riscontri stilistici ci offrono dei confronti per questa decorazione. Il primo, rigorosamente catalano, è la croce processionale proveniente dalla diocesi di Tortosa e oggi al Museu Nacional d'Art de Catalunya, riferibile al primo quarto del XV secolo in cui i capicroce presentano una decorazione sorprendentemente similare nello slancio e nell'arricciarsi dei ramages [17]. Il secondo confronto ci è offerto da uno dei due reliquiari a femore conservati nella cassa delle reliquie di Sant'Agata a Catania. In questo esemplare, databile al primo quarto del XV secolo, le solite foglie, animate dai leggeri colpi di trapano del tutto simili a quelli del nostro calice, si dispiegano su un fondo d'oro [18].

I due confronti citati ci consentono di datare il piede del calice, che quindi si configura come la parte più antica del "rimontaggio", come un lavoro della prima metà del XV secolo. Certifica  l'origine siracusana del pezzo un raro punzone consistente in un castello turrito accompagnato dalla sigla SAR (fig. 5). Rilevato per la prima volta sull'inedito calice che qui si presenta, il marchio è in questa sede riferito all'esordio degli argentieri siracusani riuniti in una corporazione già dal 1455; il simbolo adottato dalla nuova maestranza fu il prospetto di un castello turrito con torre al centro, ovvero lo stemma della città fino al XVIII secolo. Allo stato attuale delle ricerche il punzone impresso sul piede del calice di Giarratana si configura come la prima attestazione riferibile all'attività degli argentieri siracusani del XV e XVI secolo, in un contesto in cui i primi marchi siracusani a essere registrati dall'Accascina sono riferibili al XVIII secolo [19].

L'opera, seppure ispirata a modelli già in voga in area mediterranea a partire dal primo quarto del Quattrocento, è collocabile nel terzo quarto del XV secolo, avvalendosi poi, nel restauro ottocentesco, di altri elementi eterogenei includibili - eccezion fatta per la coppa - entro il XVI secolo.
Sulla base più antica quindi sono stati innestati un fusto a andamento esagonale, dotato di un nodo molto aggettante, e un elemento di raccordo dall'analogo andamento esagonale, in cui il gioco dei piccoli contrafforti arricciati e le aperture ritmiche a finestrella sembra emulare modelli di ispirazione moresca. Infine la coppa, dotata di un sottocoppa decorato, è sostituzione ottocentesca di un argentiere siracusano che - filologicamente -  prova a imitare le foglie della base antica.

Difficile stabilire l'originaria pertinenza del calice. Da alcuni documenti inediti sappiamo che nei primi anni del Seicento la chiesa di Sant'Antonio rivendicava un calice di argento custodito da troppi anni da don Salvo Sinatra, tanto che il vescovo ordinò non solo che questo venisse riconsegnato ma, una volta tornata la chiesa in suo possesso, "che lo suditto calichi si voglia acconciare et il patene stante che come e al presenti non e conveniente a celebrare" [20], provvedimenti questi di certo riservati non solo a un calice di prestigio, ma certamente già in uso da parecchi anni.

Non c'è da stupirsi che il piccolo centro di Giarratana, tormentato da un meccanismo di vendita e ricompra da parte di vari feudatari, nella seconda metà del Quattrocento vivesse un momento di maggiore stabilità politica ed economica grazie ai Settimo che nel 1454 comprarono il feudo e lo amministrarono. Probabilmente la tradizione mercantile della famiglia, favorì la circolazione di merci preziose e stoffe pregiate se ancora nella seconda metà del XVI secolo vengono ricordati nei tesori delle chiese "vesti di Mayurca" o panni "di Barsilona a coluri di la pasula" [21]. Di spiccato gusto spagnolo doveva essere anche la "cona grandi con li soi figuri di lignami daurata lavorata di diversi formi et coluri" conservata nella chiesa di San Bartolomeo [22]. In questo clima la committenza si orientò verso un artigianato di marcato gusto mediterraneo, dato questo confermato dal calice sopravvissuto. Gli argentieri che lo realizzarono, dovettero avere di certo molta familiarità con i modelli circolanti in quelle "rotte mediterranee" che tanto si insinuarono nel gusto e nella cultura del tempo.

Note
[1] M. Accascina, I Marchi delle Argenterie e Oreficerie Siciliane, Busto Arsizio 1976, p. 41; S. Barraja, I marchi degli argentieri e orafi di Palermo, Milano 1996, p. 23.

[2] Ibidem, pp. 91-96; Orafi e argentieri al Monte di Pietà. Artefici e botteghe messinesi del sec. XVII, catalogo della mostra, a cura di C. Ciolino, Messina 1988, pp. 109-113.

[3] Il documento, che fa parte dei Privilegi e Diplomi della città di Siracusa, è stato pubblicato da G. Agnello, Capitoli e ordinamenti degli orafi e degli argentieri dal XV al XVIII secolo, in "Archivi. Archivi d'Italia e rassegna internazionale degli archivi", serie II, anno XXIII, 1956, fasc. I, pp. 99-115, in particolare il doc. I.

[4] L'Inventario e il testamento di Alvaro Paternò, in "Archivio Storico Sicilia Orientale", XXVI, 1930, pp. 67-144.

[5] M. Russo, La statua e la cassa di S. Lucia nell'ambito della produzione orafa a Siracusa, in Il Barocco in Sicilia tra conoscenza e conservazione, a cura di M. Fagiolo, Siracusa 1987, pp. 125-143, in particolare p. 142, nota 5.

[6] G. Di Marzo, I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI. Memorie storiche e documenti, Palermo 1883-1884, vol. II, p. 442 e ss.

[7] Archivio Arcidiocesi di Siracusa (da ora in poi A.A.S.), Fondo Visite Pastorali, vol. 1614, f. 275 r. Per la figura del vescovo spagnolo si rimanda a O. Garana, I vescovi di Siracusa, Siracusa 1969.

[8] M. C. Di Natale, I tesori della Contea dei Ventimiglia. Oreficeria a Geraci Siculo, Caltanissetta 2006, tav. IX.

[9] S. Russo, Siracusa: l'età di Camiliani e Mirabella, in "Archivio storico siracusano", s. III, 2001, pp. 73-101; L. Lombardo, Le vare dei Santi. Arte e tradizione, in «Valdinoto. Rivista della Società Calatina di Storia patria e Cultura», nuova serie, 2, 2006, pp. 167-205.

[10] G. Bresc-Bautier, Artistes, Patriciens et Confréries. Production et consommation de l'oeuvre d'art à Palerme et en Sicile occidentale (1348-1460), Roma 1979. La storica fornisce un elenco degli argentieri spagnoli attivi a Palermo: Petrus et Jacobus de Spagna (1421-1423); Johannes de Spagna (1449); Bernardus Pintureri (1420); Franciscus Soler (1426); Gabriel de Villanova (1427); Nicolaus Pilut (1444); Peri Baguils (1444); Luis Christofalu (1427); Goffridus Desvalls (1449); Antonius Pujol (1458); Jaymus le Catalan (1458); Johannes Muntagnanu (1442); Johannes Fraba (1445). Questi dati rendono plausibile collocare una prima, grande fioritura di argenteria di ispirazione catalana a Palermo tra il secondo e il quarto decennio del XV secolo, cosa del resto che si verificò anche a Napoli. Nella città partenopea alla metà del XV secolo erano attivi Alamanno di Toledo, Beranguer Palau, Bernardo Plaustret, Francesco Ortal, Francesco Perez, Cfr. C. Catello e E. Catello, L'Oreficeria a Napoli nel XV secolo, Napoli 1975.

[11] Argento e argento dorato, traforato, cesellato, inciso, sbalzato con parti a fusione. Misure: altezza 25,4 cm, diametro coppa 7,2 cm, diametro base 14,8 cm. La coppa presenta una tripla punzonatura: marchio di Siracusa - VC18 - AD. Inedito.

[12] Rhin - Meuse. Art et Civilitation. 800- 1400, catalogo della mostra, a cura di G. H Dumont, Cologne 1972, p. 394.

[13] L'oreficeria nella Firenze del Quattrocento, catalogo della mostra, a cura di M. G. Ciardi Dupré, Firenze 1977, p. 371.

[14] The Golden Age of Hispanic Silver 1400-1665, catalogo della mostra, a cura di C. Oman, London 1968, pp. 24-25.

[15] F. J. G.,Mogollen La orfebreria religiose de la diocésis de Coria (siglos XIII-XIX), Cacéres 1987, vol. I, fig. 112.

[16] M. C. Di Natale, Il tesoro della Matrice Nuova di Castelbuono nella Contea dei Ventimiglia, Caltanissetta 2005, p. 56.

[17] M. Saura i Gal, Croce processionale, in Bagliori del medioevo. Arte romanica e gotica dal Museu Nacional d'art de Catalunya, catalogo della mostra (Roma 1999-2000), a cura di M. R. Manote i Clivilles, Martellago (Venezia) 1999, n. 29, pp. 114-115

[18] R. Carchiolo e G. Spampinato Le custodie dei sacri resti, in Il Tesoro di sant'Agata. Gemme, ori e smalti per la martire di Catania, Catania 2006, pp. 112-137, in particolare p. 131.

[19] "Sia perché la ricerca è stata sommaria, sia perché molte furono le distruzioni delle opere con la bulla vecchia, non possiamo per ora documentare la bulla in opere databili dal XV al XVI e neanche per il secolo XVII", scriveva l'Accascina nel 1975, p. 172, nel pubblicare alcuni argenti del XVIII secolo con il marchio siracusano; per le vicende del marchio degli argentieri siracusani si rimanda a M. Russo, 1987, pp. 140-143.

[20] A.A.S., Fondo Visite Pastorali, vol. 1605, f 63 r.

[21] Ibidem, vol. 1581, f. 371 r.

[22] Ibidem.

L'autore
Giampaolo Distefano nasce a Ragusa nel 1982. Consegue la Laurea in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi di Catania discutendo una tesi in Storia dell'Arte Medievale sulle oreficerie dell'antica Diocesi di Siracusa. Attualmente frequenta la Scuola di Specializzazione in Storia dell'Arte presso l'Università degli Studi di Siena.

Referenze fotografiche
© Archivio dell'autore, eccetto fig. 4 tratta da M. C. Di Natale, Il tesoro della Matrice Nuova di Castelbuono della Contea dei Ventimiglia, Caltanissetta 2005.

Ringraziamenti
Si ringrazia l'autore per la disponibilità dimostrata.