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Il restauro della Legatura bizantina con Cristo benedicente e Vergine Orante della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia

Mari Yanagishita*, Silvia Pugliese**

Introduzione
L'opera di conservazione e valorizzazione condotta dalla Biblioteca Marciana interessa i suoi tesori bibliografici anche nelle loro componenti che non conservano più una specifica funzione d'uso, ma hanno una valenza artistica preminente. E' questo il caso della legatura preziosa del codice Lat. I, 100, una delle cinque opere di oreficeria bizantina un tempo appartenenti al Tesoro della basilica di San Marco come coperte di codici liturgici latini e greci, e assegnate alla Marciana tra il 1801 e il 1803 per volere del governo austriaco.

La manifattura di questa legatura, realizzata in argento dorato con smalti, pietre preziose e perle, è stata attribuita dagli studiosi alla Costantinopoli a cavallo tra il X e l'XI secolo per le modalità di rappresentazione dei panneggi e dei volti delle figure, che sono accostabili a quelle presenti in miniature e icone prodotte nello stesso ambiente e periodo.

I due piatti anteriore e posteriore mostrano al centro rispettivamente Cristo benedicente che regge un libro e la Vergine orante con un drappo bianco, la mappa legata alla cintura, contornati da una ricca serie di medaglioni: dieci apostoli, il profeta Elia e l'arcangelo Gabriele intorno al Cristo; i santi Giovanni Battista, Giovanni Crisostomo, Gregorio, Basilio, Nicola, due apostoli, i genitori di Maria e del Battista e l'arcangelo Michele intorno alla Vergine.

Giunto a Venezia secondo modi e momenti non precisati, questo capolavoro di oreficeria ha legato al suo interno codici diversi nel corso dei secoli. Nel secondo quarto del Trecento infatti un Evangelistarium ad usum ecclesiae Sancti Marci, sontuosamente miniato su pergamena, veniva realizzato secondo il rito proprio della basilica di San Marco e abbinato alla coperta bizantina.

Per cucire "alla latina" i nuovi fascicoli e collegarli alla coperta, veniva verosimilmente ridotto lo spessore delle assi lignee originali, su cui sono fissate le lamine metalliche, e nuove sottili assicelle venivano aggiunte. Esse presentano le tipiche scanalature per l'alloggio delle estremità dei quattro nervi di cucitura e dei capitelli in pelle allumata, tuttora visibili sul labbro interno dei piatti insieme ai residui del materiale color cremisi che proteggeva il dorso dei fascicoli.

Il nuovo assemblaggio ha di necessità comportato una manomissione dei lembi delle lamine metalliche, che sono stati sollevati e riabbassati a contenere i due strati di legno. Per tale motivo ora si trovano in questa zona almeno due serie di chiodature diverse, così come sulla faccia interna dei piatti i rimbocchi delle lamine risultano molto ridotti e con una chiusura decisamente allargata agli angoli. Gravemente consumato dall'azione delle muffe, danno presente del resto in tutti gli altri codici contenuti nelle legature preziose provenienti dal Tesoro della Basilica, il Lat. I, 100 negli anni '30 del Novecento venne scucito, integralmente restaurato e dotato di una moderna legatura nel Laboratorio dell'Abbazia basiliana di Grottaferrata, mentre la coperta è stata da allora conservata staccata e distesa. Questa soluzione ha evitato ulteriori manipolazioni e movimenti che nel passato avevano portato a una maggiore usura del piatto posteriore, non a caso quello di appoggio del codice, e non ha aggravato le diverse fessurazioni presenti sia nel legno delle assi sia nella lamina in argento dorato.

Sugli smalti e sulle perle è intervenuto invece, all'inizio degli anni '80, un gruppo di restauratori dell'ICR di Roma e della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Venezia, consolidando i primi con Paraloid B72 al 3% in tricloroetano, e fissando con nuovo filo di Nylon o di argento alcune perle del piatto anteriore.

Il problema maggiore rimanevano però i depositi di sporcizia e polveri, l'ossidazione diffusa delle superfici dorate che aveva appiattito la lettura dell'opera, e gli accumuli di prodotti di alterazione dei metalli, dannosi per la conservazione e che compromettevano la qualità estetica dell'insieme.

Nel 2007 si era già affrontata la pulitura della più antica coperta bizantina, segnata Lat. I, 101, dandone comunicazione in questa stessa rivista. Ora la mostra Byzantium 330-1453, allestita a Londra dalla Royal Academy of Arts dall'ottobre 2008 al marzo 2009, è stata l'occasione per intervenire sulla seconda legatura con una sponsorizzazione sostenuta in buona parte dall'ente organizzatore della mostra.

Il Laboratorio di restauro della Biblioteca, solitamente affollato di manoscritti e libri a stampa, ha quindi ospitato per alcune settimane questo manufatto di oreficeria (fig. 1), vedendone gradualmente riaffiorare l'originale luminosità, gli accostamenti dei colori, i contrasti di linee e volumi tra i diversi elementi decorativi.

Da ultimo, per tutte le cinque legature sono state realizzate su progetto di chi scrive nuove teche completamente trasparenti in plexiglas, per la loro conservazione sia nei depositi marciani sia in caso di mostra, in modo tale da proteggere meglio le superfici metalliche da interazioni con il microclima degli ambienti espositivi.

Osservazioni preliminari

Tecnica di realizzazione
La legatura del codice Lat. I, 100 consiste in due piatti, superiore e inferiore, e relativo dorso. I piatti hanno una dimensione di 30,0 x 21,5 cm ciascuno e sono collegati tra loro dal dorso, che ha una larghezza di 4 cm. I materiali utilizzati per la realizzazione del manufatto sono oro smaltato, argento dorato, pietre preziose e perle, e ricoprono interamente la struttura in legno (fig. 2 e fig. 3).

La lamina d'argento che costituisce il fondo di entrambi i piatti è stata laminata con tiratura a martello, e resa planare mediante raschiatura. Tale lavorazione è riconoscibile dalla presenza delle caratteristiche sottili righe parallele (fig. 4). La doratura è stata effettuata ad amalgama di mercurio e/o a foglia d'oro fatta aderire sulla superficie d'argento mediante stesura di mercurio, usato come collante.

Dalla osservazione delle parti consumate della doratura, come degli spigoli di entrambi i piatti, si è notata la presenza di un sottile ma netto dislivello tra il piano consumato e quello che ha mantenuto la doratura, come se dal primo (quello consumato) fosse andato perduto materiale di un certo spessore: cosa impossibile a verificarsi nel caso della sola doratura ad amalgama di mercurio. La doratura a foglia potrebbe essere stata effettuata sia direttamente sul metallo sia su una doratura ad amalgama, per intensificare l'effetto cromatico della doratura stessa. La tecnica della doratura a foglia d'oro su argento con l'uso di mercurio come collante è stata riscontrata su manufatti romani e bizantini.

Sulla lamina di ciascun piatto sono montati meccanicamente, mediante chiodi o perni passanti,vari elementi decorativi realizzati a parte (fig. 5). Si trovano: castoni di forma rettangolare e ovale, fissati alla lamina di fondo mediante perni inseriti all'interno di piccoli cilindri saldati ai lati di ciascun castone; listelli muniti di numerosi anelli, funzionali alla montatura delle perle; infine cornici di placche smaltate, anche esse munite di anelli per fissare le file di perle.
Le piccole perle di forma irregolare, con diametro medio di circa 3 mm, sono state infilate su un filo di rame argentato spesso circa 0.30 mm.

Le pietre presenti sono state incastonate con la tecnica a castone ribattuto. Sarebbe auspicabile un loro accertamento gemmologico effettuato da un specialista. In questa sede ci si limita a rilevare che le pietre verdi, probabilmente smeraldi, sono a taglio cabochon, e che le pietre di colazione rosso, rubini e/o granati, sono state tagliate sia a cabochon sia a "tavola con un gradino". Si può osservare che le pietre rosse a cabochon sono state re-inserite nei castoni con evidenti segni di manomissioni, mentre le pietre rosse tagliate a tavola con un gradino non conservano tracce di manomissioni. Il taglio delle pietre a tavola con un gradino è già documentato su anelli romani con pietre incise incastonate.

L'interno del castone presenta un riempimento di materiale resinoso (tra i riempitivi utilizzati nel Medioevo si possono annoverare resina mastice mista a cera, colofonia, pece greca, stucco, fibre di canapa, etc.) sul quale è appoggiata una lamina di argento dorato, al fine di aumentare la luminosità delle pietre. Queste sono state montate a notte, cioè a fondo chiuso.

Le placche smaltate sono realizzate su lamina d'oro mediante tecnica a cloisonné, cioè ad alveoli, utilizzando per gli smalti traslucidi i colori rosso e verde, e per gli smalti opachi il rosso, turchese, bianco, lillà, verde acqua, incarnato, nero, celeste, blu e giallo.

Il dorso della legatura è costituito da sei elementi analoghi, longitudinali, caratterizzati dalla presenza di denti che si compenetrano tra di loro e sono assemblati per incernieratura. Tale meccanismo consentiva alla legatura un graduale movimento e agevolava così l'apertura e la chiusura del codice. Sulla lamina sono presenti lo stesso tipo di raschiatura con caratteristiche linee parallele documentate nei piatti. Si ipotizza, pertanto, che piatti e dorso siano stati realizzati contestualmente. Durante la pulitura della facciata interna del dorso è stata riscontrata la presenza di sei lettere maiuscole in lingua greca, realizzate mediante punta metallica (fig. 6). Secondo Susy Marcon, responsabile dell'Ufficio Manoscritti, queste lettere greche sono da intendersi come una numerazione: pratica frequente nella fase di assemblaggio dei diversi pezzi nei manufatti di oreficeria. Tale scelta grafica testimonia quindi ulteriormente a favore di un'origine bizantina dell'orafo.

Diagnosi dello stato di conservazione
Ad esclusione di alcune fratture della lamina in prossimità del dorso e di alcune lacune degli elementi decorativi, la legatura si trova in buono stato di conservazione dal punto di vista strutturale ma non da quello estetico: una deposizione diffusa di particellato atmosferico cementato a sostanze organiche (cere, oli, resine) e una ragguardevole ossidazione metallica ricoprivano l'oggetto alterandone l'originale cromia e la lucentezza dei materiali preziosi che lo compongono. Erano inoltre evidenti presenze di efflorescenze saline verdi, conseguenza della corrosione metallica, sui listelli e sulle cornici delle placche smaltate in prossimità delle quali sono stati saldati gli anelli per fissare le perle (fig. 7).

Mancano inoltre alcuni elementi, in particolare la maggior parte delle pietre sul piatto inferiore e alcune sul piatto superiore, numerose file di perle che incorniciavano i medaglioni smaltati, e alcuni listelli per il fissaggio delle perle stesse.

Per quanto concerne gli smalti la massa vetrosa di tutte le placche è risultata, a parte piccole lacune, in ottimo stato di conservazione. Solo la placca raffigurante la Vergine orante presenta un evidente caduta degli smalti, e in loro prossimità la superficie metallica appare particolarmente ruvida (fig. 8).
Alcune placche smaltate hanno inoltre perso aderenza all'interno delle relative cornici, e il movimento di rotazione che ne è conseguito ha comportato un riposizionamento differente dall'originale, non sempre in asse. Infine si fa presente che la superficie dell'oro, specialmente nelle placche appartenenti al piatto superiore, è caratterizzata da una insolita colorazione rossastra (fig. 9).

Sulla legatura sono rintracciabili testimonianze di vari interventi precedenti, quali l'esecuzione di alcuni elementi di rinforzo realizzati in ottone sul piatto superiore, e la sostituzione delle pietre in alcuni castoni, soprattutto sul piatto superiore (fig. 10). Potremmo ipotizzare che alcuni smeraldi appartenenti al piatto inferiore siano stati spostati su quello superiore per completare meglio la parte più importante della legatura: infatti sul bordo di alcuni castoni con smeraldi del piatto superiore sono presenti tracce di "re-incastonatura" (come quelli con le pietre rosse di taglio cabochon).

Le cause di degrado consistono nell'usura, nella consunzione e nella conservazione prolungata dell'oggetto, in epoche passate, in luoghi non consoni alla conservazione.

Interventi di restauro
L'intervento conservativo è stato effettuato al fine di eliminare le sostanze dannose alla conservazione e migliorare l'aspetto estetico dell'oggetto attraverso una pulitura rispettosa della patina. Sono inoltre stati verificati lo stato degli smalti e la stabilità meccanica di tutti gli elementi costitutivi, attraverso una accurata osservazione effettuata con sistema ingrandente e illuminazione a fibra ottica.

La pulitura sul metallo ha comportato l'asportazione meccanica dei particellati, delle sostanze organiche estranee (cere, oli, resine), inorganiche (gesso) (fig. 11) e dei prodotti di corrosione al fine di rimuovere i depositi superficiali compatti e non compatti, mediante pennelli, punte di legno e micro-pompa aspirante. Per la pulitura chimica si è proceduto con tamponi di cotone idrofilo imbevuti di solventi idonei quali diluente nitro, tricloroetilene, white spirit, ammoniaca al 5% in soluzione acquosa, etanolo, acetone e acqua demineralizzata (fig. 12, fig. 13, fig. 14).

Sulle placche smaltate è stato eseguito un saggio di pulitura degli smalti, per verificare lo stato del materiale protettivo steso in passato, che è stato quindi rimosso con una pulitura a tampone a base di acetone. Accertata la stabilità meccanica degli smalti, non è stata necessaria alcuna operazione di consolidamento. Sono state invece inserite piccole quantità di cera microcristallina all'interno del bordo della cornice di alcune placche, per limitarne i movimenti rotatori (fig. 15).
Le perle infine sono state pulite con tampone a base di acqua demineralizzata, e laddove era necessario a causa della precarietà meccanica si è provveduto ad integrare il filo con filo d'argento 925/1000 di spessore 0,30 mm (fig. 16).

L'orafo veneziano Sigfrido Cipolato ha gentilmente contribuito preparando il nuovo filo d'argento di adeguato spessore.

Bibliografia
D. Ferro, C. Seccaroni, Il paliotto della cattedrale di Teramo. Una particolare tecnica di doratura della lamine d'argento, in "Kermes", Rivista del restauro, 69, 2008, pp. 39-48.

Autori
* di Mari Yanagishita, restauratrice, Firenze, sono le sezioni Osservazioni preliminari e Interventi di restauro.

** di Silvia Pugliese, Ufficio Conservazione e Restauro della Biblioteca Nazionale Marciana, è la sezione introduttiva.

Referenze fotografiche
© Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia.

Ringraziamenti
Si ringrazia la Biblioteca Nazionale Marciana per la gentile concessione e la disponibilità dimostrata.