Menu | Contenuto |



Header

Copyright© by Patrimonio di oreficeria adriatica

Il gallone prezioso scoperto sotto la gessatura della Madonna di Elce

Benedetta Montevecchi

Non è raro trovare inserti polimaterici nel rivestimento cromatico delle sculture lignee [1], meno frequente è trovare impiegato un inserto "prezioso". E' il caso del bordo di velluto rosso, con applicazioni d'argento dorato e gemme colorate che, imbrattato di gesso, colla e colore, ornava la scollatura dell'abito della Madonna lignea della chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Elce, una frazione di Serravalle di Chienti (Macerata) (fig. 1).

La scultura è uno dei molti simulacri devozionali, presenti nell'entroterra delle Marche centrali, che negli ultimi anni sono stati oggetto di vaste campagne di ricerca e di restauro, documentate da studi ed eventi espositivi promossi dalla Soprintendenza di Urbino [2]. L'opera, restaurata e oggi esposta presso il Museo diocesano di Camerino [3], è rimasta finora inedita. Si tratta di un lavoro assegnabile ad uno scultore marchigiano-abruzzese di metà Trecento [4], che propone il consueto gruppo devozionale della Madonna in trono col Bambino (fig. 2).

I personaggi, dalle assorte fisionomie appena sottolineate con tratti pittorici, indossano vesti dal panneggio sommario e stilizzato, impreziosito solo dalla doratura del manto di Maria, ancora parzialmente ben conservato. Contrasta con tale semplicità il fastoso gusto decorativo della corona gigliata sul capo della Madonna che, pur avendo perduto l'originaria cromia, richiama oreficerie tuttora esistenti, come le preziose corone angioine di Traù e di Zara [5].

Databili alla seconda metà del Trecento, i monili presentano una fattura molto simile, riconducibile ad una officina di corte: sono entrambi realizzati in argento sbalzato e dorato, con grandi castoni in rilievo in cui sono inseriti, a notte o con graffe, pietre preziose, semipreziose e perle. La corona lignea della Madonna, come questi celebri esempi, si compone di un cerchio con grandi castoni, sormontato da gigli stilizzati alternati a piccole inflorescenze. La policromia, oggi completamente perduta, doveva sottolineare ulteriormente la somiglianza con i fastosi ornamenti che, come testimoniato da fonti documentarie, venivano sfoggiati non solo dai membri delle famiglie reali, ma anche dalle nobildonne delle città dalmate e venete [6].

L'addobbo della scultura di Elce non era affidato solo alla sontuosa corona lignea: come accennato, intorno alla scollatura della veste della Madonna vi era un bordo in tessuto con  applicazioni in argento dorato, gemme e piccole perle [7] (fig. 3). Delicatamente rimosso in sede di restauro, si è rivelato un ornamento quadrangolare (cm 9 x 16), realizzato in velluto rosso tagliato unito, con una passamaneria originariamente dorata, della quale non rimane che l'armatura di fili intessuti, applicata lungo i bordi. Sopra la passamaneria, lungo il perimetro interno, sono rimaste dodici piccole borchie semisferiche, forse in origine disposte su tutto il profilo. Sul supporto in velluto, molto consunto, sono cuciti con filo di cotone marrone (probabilmente un rosso alterato) diversi elementi ornamentali utili a coprirne interamente la superficie: si tratta di due borchie semisferiche lisce (leggermente più grandi di quelle del bordo), di dieci piccole borchie lavorate a spicchi, e di nove appliques di quattro diverse fogge (fig. 4).

Nonostante i danni subiti nel tempo, dovuti soprattutto alla gessatura con la quale l'ornato era stato ricoperto [8], i nove minuti gioielli costituiscono ancora un prezioso esempio di oreficeria tardo-gotica. I più danneggiati sono i tre bottoni quadrangolari (cm 2 x 2) realizzati con una sottilissima struttura in filigrana dal semplice disegno geometrico disposto intorno ad un castone quadrato contenente una pietra rossa, leggermente sfaccettata, con quattro castoni rotondi con cabochon verdi, agli angoli [9]. Ancora in filigrana sono realizzate le tre appliques (cm 2 x 2) il cui delicato disegno, a giorno, propone una rosetta ad otto petali, alternativamente arrotondati e appuntiti; il solo esemplare integro reca un castone centrale rotondo con una gemma rossa, circondato da quattro gemme verdi; gli altri due presentano il castone centrale a losanga, ma uno solo racchiude ancora la pietra rossa, mentre manca di uno dei cabochon verdi. In questi sei piccoli gioielli la lavorazione predominante è la filigrana che determina un regolare intreccio geometrico nei primi tre, oppure un più elaborato ornato gotico nelle rosette; i castoni, rotondi o quadrangolari, trattengono le gemme senza l'ausilio di graffe.

Diversa è la tecnica orafa che si evidenzia nelle tre appliques, di dimensioni lievemente maggiori (cm 2,5 x 2,5), disposte sul davanti dell'ornato. Sono realizzate in sottile lamina d'argento dorato, leggermente rilevata e con nervature, culminante in graffe per trattenere una gemma rossa, circondata da dodici castoni rotondi contenenti alternativamente cabochon verdi e rossi e perline scaramazze angolari [10]; le due appliques disposte agli angoli sono quadrangolari, quella centrale è rotonda, priva delle perline angolari.

Il particolare tipo di incastonatura piramidale, che tende a rialzare la gemma staccandola dal fondo, compare nella prima metà del Trecento ed è forse di origine francese [11], ma si diffonde ben presto in tutta Europa e a Venezia, dove trova la sua espressione più spettacolare nel rinnovamento della Pala d'oro della basilica di San Marco (1342-1345) (fig. 5). Proprio questo fondamentale lavoro dovette avere un'importanza determinante sull'attività degli orafi locali, motivando la diffusa adozione dell'incastonatura piramidale nelle aree influenzate dalla cultura artistica veneta. Le nostre tre piccole oreficerie presentano appunto una struttura piramidale, al sommo della quale la gemma è trattenuta da graffe; la base della montatura è arricchita da  castoni circolari nei quali sono inseriti a notte minuti cabochon rossi e verdi, secondo una tecnica più tradizionale e diffusissima ovunque, anche a Venezia. Si citano, per esempio, i medaglioni rotondi circondati da castoni simili, cuciti sulla mitra in velluto rosso tagliato unito, conservata nel Tesoro della cattedrale di Traù [12]. I quattro castoni angolari dei due esemplari quadrati, inoltre, racchiudono piccole perle, fissate mediante un perno.

E all'oreficeria veneziana sono da ricondurre anche le altre sei appliques, i cui minuti castoni rotondi sono saldati su delicatissime e lievi strutture in filigrana, altra tecnica, come si sa, ampiamente diffusa in area veneta.

Nel corso del Trecento l'impiego di appliques con incastonature "veneziane" è ricorrente  nell'ornato di oreficerie sacre: li troviamo sulle corone sopra citate, ma anche sulle mitre dei busti-reliquiario, come quello di Sant'Ermagora della Cattedrale di Gorizia [13]. Ma è verosimile che tali piccoli monili dovessero essere impiegati soprattutto come ornamento nell' abbigliamento profano [14], unitamente a quelli in filigrana, forse ancora più rispondenti all' elaborata raffinatezza del gusto gotico. Il fatto poi di essere stati utilizzati impiegando come supporto un bordo di velluto, ulteriormente arricchito da galloni e piccole borchie, fa ritenere che si sia voluta realisticamente imitare la ricchezza delle vesti contemporanee per le quali, probabilmente, si faceva largo uso di simili ornati, forse non solo in funzione decorativa. Infatti, ancorché sul gallone della Madonna d'Elce, appliques e borchie siano state cucite ricoprendo quasi interamente il tessuto, in una sorta di horror vacui ornamentale, i nove gioielli potevano essere in origine dei bottoni, come suggerisce la saldatura che compare sul retro, fatta forse per eliminare un piccolo gancio.

*Per la cortese disponibilità e collaborazione nel corso di questo lavoro, ringrazio il direttore del Museo diocesano di Camerino, don Cherubino Ferretti, e inoltre don Gabriele Cossu, Stefano Moriconi, il fotografo Gabriele Carnevali e i restauratori Maurizio Ciaroni e Vincenzina Tancini.

Note
[1] Nelle sculture lignee romaniche e gotiche potevano essere impiegati ornamenti in pasta vitrea e pastiglia nonché frammenti di tela o carta gessata per realizzare i panneggi degli abiti.

[2] Gli eventi sono stati in gran parte progettati e diretti da Maria Giannatiempo Lopez alla quale devo la cortese segnalazione dell'opera in esame.

[3] La scultura è stata nel tempo rimaneggiata e ridipinta, come sempre è avvenuto per i manufatti lignei devozionali; anche il fregio in tessuto era ricoperto da uno spesso strato bianco, residuo di una gessatura stesa per accorparlo alla superficie della statua.

[4] Come mi suggerisce l'amico e collega Alessandro Marchi.

[5] La prima è conservata nel convento francescano di Sant'Antonio, a Traù (cfr. I. Babić, Corona angioina, in Tesori della Croazia. Restaurati da Venetian heritage Inc., catalogo della mostra, Venezia 2001, pp.121-122); la seconda è conservata presso l'Esposizione permanente di arte sacra di Zara (cfr. Couronne féminine, in L'Europe des Anjou, catalogo della mostra, Paris 2001, p. 354, pp.150-151). Monili simili si riscontrano anche altrove: si citano, per esempio, la corona posta sul busto-reliquiario di Sant'Orsola, nella Pinacoteca Comunale di Castiglion Fiorentino o quella posta sul capo del Santo titolare nella chiesa di San Silvestro in Capite, a Roma.

[6] Cfr. C. Babić, cit., p. 122. Sulle gioie venete e veneziane e sulle leggi promulgate al fine di limitarne la ricchezza, cfr. E. Taburet-Delahaye, I gioielli della Pala d'oro, a cura di H. R. Hahnloser e R. Polacco, Venezia 1994, pp.151-159, in particolare p.158.

[7] A proposito delle "rifiniture" in tessuto delle sculture lignee, si citano, per esempio, i polsini in velluto rosso tuttora esistenti nella Madonna annunziata della chiesa di San Filippo a Sant'Angelo in Vado, recentemente presentata alla mostra Jacopo della Quercia ospite a Ripatransone (Ripatransone, giugno-settembre 2008).

[8] Uno solo dei gioielli è integro; il secondo conserva l'intera struttura e solo una gemma verde; il terzo conserva solo metà della struttura con le due relative gemme verdi.

[9] Uno solo dei gioielli è integro; il secondo conserva l'intera struttura e solo una gemma verde; il terzo conserva solo metà della struttura con le due relative gemme verdi.

[10] Una delle appliques ha perso due perline, l'altra una perlina.

[11] E. Steingräber, Alter Schmuck. Die Kunst des europäischen Schmuckes, München 1956, p. 53; E. Taburet-Delehaye, cit., pp.151-159.

[12] Opera databile al secondo quarto del XIV secolo; cfr. Z. Demori-Staničić, Mitra, in Tesori della Croazia, cit., pp.150-151.

[13] Cfr. L. Crusvar, Busto reliquiaro di sant'Ermagora, 1340, in Ori e Tesori d'Europa. Mille anni di oreficeria nel Friuli Venezia Giulia, a cura di G. Bergamini, catalogo della mostra, Milano 1992, p.121.

[14] Piccoli gioielli di questo tipo si conservano anche a Parigi, presso il Musée del Thermes et de l'Hotel de Cluny, dove sono classificati come lavori italiani della prima metà del Trecento; cfr. Les Fastes du Gothique. Le siècle de Charles V, catalogo della mostra, Paris 1981, p. 244.

Autore
Benedetta Montevecchi è direttore storico dell'arte della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico delle Marche-Urbino.

Referenze fotografiche
© Archivio della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico delle Marche-Urbino.

Ringraziamenti
Si ringraziano l'autore e la Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico delle Marche-Urbino per la gentile concessione e la disponibilità dimostrata.