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Oreficeria sacra in Puglia tra Medioevo e Rinascimento nel volume di Giovanni Boraccesi

Cinzia Piglione

Prima trattazione sistematica sull'oreficeria sacra in Puglia tra il XII e il XVI secolo, il volume di Giovanni Boraccesi (Oreficeria sacra in Puglia tra Medioevo e Rinascimento, Claudio Grenzi Editore, Foggia 2005) si divide in due parti: i saggi introduttivi (Età normanno-sveva 1140-1266, Età angioina 1266-1442, Età aragonese 1442-1503), che consentono di esaminare secondo un percorso cronologico opere di indiscusso pregio artistico, accorpate per contesto culturale di provenienza (in particolare si tratta di importazioni da Venezia, Napoli, Sulmona, Ascoli Piceno ecc), e il catalogo vero e proprio, costituito da 54 schede di suppellettili sacre in gran parte inedite o comparse soltanto in pubblicazioni di limitata circolazione (fig. 1). Nell'introduzione al volume, l'autore informa che il materiale schedato nel catalogo è stato individuato grazie ad una capillare indagine svolta in ben 258 comuni pugliesi, dove in molti casi i responsabili della custodia dei beni artistici di cattedrali, chiese minori ed edifici conventuali hanno consentito per la prima volta lo studio di opere di cui molto spesso non era compresa l'importanza storico-artistica. E', a tale proposito, convinzione condivisibile con l'autore che la pubblicazione degli oggetti inediti costituisca il punto di partenza per una tutela più attenta e consapevole del patrimonio liturgico.

Tra i meriti della prima parte del volume, caratterizzata da un taglio storico, è sicuramente quello di riproporre all'attenzione degli studi la presenza in Puglia di opere di particolare pregio (e non manca di stupire il fatto che esse non godano ancora di una fortuna critica adeguata) e di approfondire il loro studio anche sotto il profilo degli scambi culturali avvenuti nel corso dei secoli sia lungo il versante italiano della costa adriatica, sia con l'opposta sponda dalmata. Non mancano inoltre casi esemplari di importazioni oltralpine, si pensi alla presenza di un vero e proprio capolavoro dell'oreficeria romanica: il poco conosciuto reliquiario a testa di santo Stefano (fig. 2) conservato nella chiesa di Santa Maria la Greca di Putignano, ma proveniente dall'abbazia benedettina di Santo Stefano presso Monopoli, databile tra la fine del XII e l'inizio del secolo XIII. Grazie all'ottimo stato di conservazione, risulta intatta la forza comunicativa del volto, sapientemente accresciuta dalle dorature stese su capelli, sopracciglia, contorno degli occhi e orecchie. La coerenza dell'immagine appare sostenuta da una rigorosa distribuzione delle parti decorative, si osservi in particolare come la geometrica sequenza dei riccioli costituenti la capigliatura sia bilanciata in basso dal motivo a racemi vegetali del colletto, unico elemento visibile della veste del santo. In base al confronto con un reliquiario a testa riferito al XIII secolo e conservato presso l'abbazia di Melk, la Di Sciascio ha ipotizzato per il santo Stefano oggi a Putignano una probabile provenienza dall'area danubiana, tra Austria e Ungheria (S. Di Sciascio, Reliquie e reliquiari dai Luoghi santi di Puglia: prodotti crociati ed imitazioni locali, in Il cammino di Gerusalemme, Atti del III Convegno Internazionale di Studio, Bari-Brindisi-Trani, 18-22 maggio 1999) a cura di M. S. Calò Mariani, Bari 2002, pp.331-334).

Per ciò che concerne l'età angioina, il volume offre un quadro critico sufficientemente assestato sulla consistente importazione di opere venete in terra di Puglia, fenomeno a cui dette un illustre avvio nel 1296 la donazione da parte di Carlo II d'Angiò al tesoro della Basilica di San Nicola di Bari dei candelieri e del reliquiario di san Sebastiano (le filigrane di tali suppellettili sono conosciute a livello internazionale grazie agli studi di Danielle Gaborit-Chopin, si veda la Scheda n. 36, in Il Tesoro di San Marco, catalogo della mostra, edizione italiana a cura di R. Cambiaghi, Milano 1986, pp. 266-271). Si deve all'autore il corretto riconoscimento della provenienza settentrionale di alcuni importanti argenti, si pensi ad esempio alla croce reliquiario della cattedrale di Giovinazzo (p. 46, ill. 55) che reca un punzone veneziano, erroneamente ritenuto napoletano dalla letteratura precedente (fig. 3). Poiché la stauroteca è dotata di una raffinatissima struttura di gusto tardogotico (fusto e basamento) strettamente collegata a quella del reliquiario della Sacra Spina di Rimini, l'autore propone di attribuirne l'esecuzione all'orafo Tommaso da Venezia (per il reliquiario di Rimini si veda A. De Marchi, Interferenze possibili tra oreficeria e pittura nel Nord Italia, prima e dopo Gentile da Fabriano, in Smalti en ronde-bosse fra Italia ed Europa, Atti del convegno di studi, Scuola Normale Superiore di Pisa, 20-21 maggio 2000, a cura di A. R. Calderoni Masetti, Pisa 2003, p. 35 e nota 75 a p.45). In questo, e in molti altri casi altrettanto significativi di importazione di oreficerie dal Veneto, vengono ribaditi gli stretti rapporti economici e culturali tra la Puglia e la Serenissima, già in essere nei secoli precedenti, ma intensificatisi nell'epoca del gotico internazionale. Decisamente limitato, durante l'età angioina, il numero di reliquiari e ostensori riferibili alle botteghe locali, fortunatamente però alcuni esempi sono riconducibili con certezza alla località di provenienza grazie alla presenza di punzoni (riproduzioni fotografiche dei marchi di Taranto, Matera e Lecce a p. 39).

Nell'ultima sezione, tra i pezzi scelti per la trattazione degli argenti d'importazione giunti in Puglia in età aragonese, oltre alla serie dei calici di provenienza napoletana del Tesoro di San Nicola di Bari, emergono per raffinata fattura l'ostensorio e il braccio reliquiario di San Marco di Ecana (p. 58-59, ill. 74-75) dovuti all'orafo ascolano Pietro Vannini (1413/1418-1496), opere cui spetta il compito di evidenziare un quadro di presenze "forestiere" estremamente articolato (importanti contributi sull'orafo si devono a B. Montevecchi, si vedano le note 28 e 32 a p.58). Sia l'ostensorio, datato 1452, sia il braccio reliquiario, quest'ultimo caratterizzato da una morbida manica con motivi floreali a bulino e prezioso polsino a smalti filigranati, sono dovuti alla committenza del vescovo Pietro de Scaleris (1427-1463) che li destinò alla cattedrale di Bovino (oggi sono esposti nel locale museo diocesano).

Tra le opere schedate nel catalogo, si segnala la bella croce astile in argento del cosiddetto "Maestro di Barbarano", dal nome della località in cui si conserva l'opera, segnatamente nella parrocchiale di San Lorenzo (la figura ammantata della Maddalena, non a caso, compare sulla copertina del volume). La croce, assegnabile al terzo quarto del XV secolo, è ritenuta opera di un maestro salentino data la presenza sul territorio di una serie di esemplari derivati da tale modello, ad esempio le croci processionali di Muro Leccese (cat. n. 32) e di Campi Salentina (cat. n. 33).

Merita una menzione anche l'inedita placchetta bronzea della chiesa di San Nicola di Bari a San Marco la Catola, raffigurante la nota scena della Crocifissione attribuita al Moderno di cui si conservano numerosi esemplari (cat. n. 8). L'oggetto è stato trasformato in pace senza l'aggiunta di una cornice, ma più semplicemente mediante l'applicazione sul retro di una maniglia in ferro. L'autore ricorda inoltre che la diffusione di questo modello in Italia Meridione è attestata dalla lastra in marmo con la Crocifissione della cappella de Vicariis nella cattedrale di Salerno (post 1517/1518), fedele alla placchetta dal punto di vista iconografico, seppur modificata dal taglio orizzontale del rilievo scolpito. Altrettanto utile la scheda successiva (cat. n. 9), cui spetta il ruolo di ricordare la presenza nel Museo Diocesano di Trani di una pace in bronzo con il Cristo morto, derivata dalla celebre pace d'argento eseguita dal Moderno nel 1513 (Mantova, Museo Diocesano), purtroppo trafugata negli anni Ottanta del secolo scorso.

Il volume è corredato da un indice degli orafi e argentieri attivi in Puglia nell'arco cronologico preso in considerazione, ma va sottolineato che tutto il testo è ricco di citazioni documentarie. Tuttavia come segnala l'autore, l'indagine d'archivio non ha ancora portato alla luce alcun contratto relativo alla fattura di oreficerie liturgiche, infatti ad oggi, in ambito pugliese, è noto soltanto un caso documentato, ossia quello relativo all'esecuzione della statua d'argento raffigurante la Vergine, commissionata nel 1471 dall'Università di Bitonto ad Agostino da Matera e, successivamente, affidata nel 1472 a Taddeo Calderoni da Gravina (si veda S. Milillo, Due argentieri a Bitonto a fine Quattrocento, in "Studi Bitontini", 62, 1996, pp. 49-52).

L'autore
Cinzia Piglione, docente a contratto di Storia delle arti applicate e arte orafa presso l'Università degli Studi Milano Bicocca, ha curato la scelta delle oreficerie presenti alla mostra Maestri della scultura in legno nel ducato degli Sforza (Milano 2005-2006) e redatto il testo introduttivo alla sezione delle oreficerie per il catalogo della mostra Corti e Città. Arte del Quattrocento nelle Alpi occidentali (Torino 2006); è autrice del saggio Le oreficerie della Collegiata: materiale d'archivio e testimonianze fotografiche di un antico tesoro, in La Collegiata di Santa Maria della Scala di Chieri, a cura di G. Donato, Torino 2007.

Referenze fotografiche
© Archivio dell'autore.

Ringraziamenti
Si ringrazia l'autore per la gentile concessione e la disponibilità dimostrata.