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Metodologie e problemi di un restauro critico. Il Pellicano mistico

Martina Fontana

Il restauro di un oggetto di oreficeria, appartenente ad una sfera sacra o ad un contesto profano, deve necessariamente rivolgere una particolare attenzione agli aspetti estetici che contraddistinguono un'opera. Che si tratti di un arredo liturgico o di un gioiello, entrambi gli oggetti nascono infatti con l'intento preciso di rendere omaggio, con la propria bellezza, il fulgore e lo sfoggio di materiali preziosi, al loro sacro contenuto o a coloro che li devono indossare. L'intervento sul Pellicano del Museo Alessi di Enna ha richiesto un approccio metodologico che affrontasse in senso critico questi aspetti oltre a quelli particolarmente urgenti, riguardanti la risoluzione dell'estremo degrado, a maggior ragione, trattandosi di un oggetto che con le proprie caratteristiche racchiudeva in sé oltre ad una riconosciuta qualità tecnica, una forte componente devozionale.

L'opera in questione (fig. 1) è un raffinato gioiello da petto risalente al primo Seicento, ascrivibile alla cerchia della bottega palermitana dei Montalbano. La bellezza prorompente e barocca del metallo prezioso, esaltato da smalti policromi e gemme, era stata bruscamente violata, in un'epoca sconosciuta, da una grave frattura all'altezza del collo.

Nel momento della rottura sono andati perduti gli elementi originali che permettevano l'ancoraggio del gioiello alle vesti; inoltre, numerosi interventi di ripristino funzionale, hanno inserito sostanze estranee e nuovi meccanismi, che hanno occultato zone intere dell'oggetto rendendo difficile la lettura dell'opera nonché una sua identificazione tipologica (fig. 2).

La difficoltà di interpretazione del gioiello non era legata solamente ad un problema di tipo tecnico: il soggetto stesso rappresentato, "il Pellicano mistico che nutre i suoi piccoli col sangue salvifico" risultava, ad un primo impatto, piuttosto inusuale come scelta legata ad una committenza privata. Quello che inizialmente faceva pensare ad un ornamento sacro, è stato tuttavia smentito dalle notizie delle fonti che testimoniano la sua provenienza da una nobile famiglia ennese, e lo inseriscono dunque in un contesto di ornamentazione femminile.

Il periodo in cui nasce un oggetto come il Pellicano, ovvero a cavallo tra il tardo manierismo e il barocco, vede importanti cambiamenti nelle mode dell'epoca, che modificano sostanzialmente il modo di concepire gli abiti e di conseguenza i gioielli ad essi legati. La situazione di dissesto sul dorso e la presenza fuorviante di un piccolo manico di riutilizzo, hanno posto come plausibili due ipotesi che potevano inquadrare il Pellicano o come "pendente" di sapore tardo-manierista, o come "gioia da corpetto" tipicamente seicentesca. L'identificazione tipologica si è dunque basata sul confronto delle analogie che i singoli elementi presentavano rispetto ad altri gioielli di quel periodo. Osservando attentamente le tracce dei fori presenti sulla lamina del dorso, abbiamo potuto concludere quasi con certezza che queste fossero la testimonianza di qualche perno proprio di una "spilla", oppure dell'ancoraggio di un fermaglio a linguetta (del tutto simile a quello di un fermaglio da piviale), tipico della "gioia da petto". L'ipotesi del pendente è stata scartata quasi subito, in quanto non vi era traccia di occhielli di collegamento per catenelle, che infatti non sarebbero riuscite a sostenere una struttura così tridimensionale e di notevole peso. In ogni caso, la scelta iconografica si riallaccia in maniera evidente alla produzione di pendenti zoomorfi manieristi e lo colloca dunque a metà strada tra la tradizione tardo cinquecentesca e le nuove forme del secolo successivo (fig. 3).

Una volta fatta luce sul percorso storico e traumatico subito dall'opera, è stata individuata con maggiore consapevolezza una corretta metodologia di restauro.

Il collo divelto e ostruito da una rigida fasciatura in filo di ferro e malta, è stato liberato dalle sostanze estranee che, essendo di natura chimica diversa, hanno richiesto applicazioni differenziate di solventi mirati. A pulitura effettuata, la lamina d'oro sottostante si è rivelata molto compromessa; il metallo stesso utilizzato, oro allo stato naturale, estremamente malleabile, essendo stato lavorato a bulino per permettere l'applicazione dello smalto opaco champlevé, risultava incrinato lungo le linee di incisione, poiché forzato internamente dal riempitivo in cera con il quale era stata colmata la cavità del collo, e esternamente dalla rigida fasciatura. Un perno in piombo, passante attraverso il suo spessore, ha infine definitivamente spaccato la testa del Pellicano in tre frammenti.

Dopo un'accurata pulitura della lamina metallica da tutte le sostanze di corrosione e da quelle di integrazione (penetrate negli interstizi degli smalti), è stato necessario approntare un metodo di consolidamento e di assemblaggio che potesse restituire coesione al collo frantumato. Tra le varie ipotesi, quella più idonea è sembrata quella di utilizzare la saldatura laser, unica tecnica che permette di ricongiungere le parti in maniera autogena, o per mezzo di una lega dello stesso metallo, con aree di intervento di grandezza inferiore al millimetro. Il consolidamento di queste rotture infinitesimali è stato propedeutico a restituire un perimetro definito e una nuova consistenza all'oro, che ha consentito successive azioni di ripristino formale di tipo meccanico e ha permesso infine di bloccare i frammenti nella posizione originale. Il ritrovamento dei punti di giunzione tra testa e collo ha restituito al Pellicano l'angolatura sinuosa con la quale era stato ideato; tuttavia, la presenza di numerose lacune ha reso necessario l'inserimento di un elemento di sostegno interno che fungesse da integrazione sia strutturale che estetica (fig. 4).

La scelta del materiale più compatibile è ricaduta, secondo lo stesso criterio della saldatura laser, su un elemento in oro. Questo, modellato secondo l'andamento della cavità del collo, è stato bloccato alla testa tramite saldatura e al corpo tramite ancoraggi meccanici con viti dello stesso metallo, così da garantire una parziale reversibilità dell'intervento. La compatibilità tra i materiali di integrazione e di consolidamento è risultata importante per non porre le parti originali in conflitto con quelle inserite durante il restauro, che avrebbero subito altrimenti un processo di degrado diverso e più rapido. Inserendo elementi in oro non si è svalutata la preziosità dell'opera (fig. 5) né tanto meno la sua funzione ornamentale, ed è stata restituita infine al Pellicano, una rinnovata identità di gioiello che sembrava ormai aver perduto (fig. 6 e fig. 7).

Bibliografia
M. Fontana, Ori, argenti e gemme. Restauri dell'Opificio delle Pietre Dure, catalogo della mostra, a cura di C. Innocenti, Firenze 2007, n. 14, pp. 148-152.

L'autore
Martina Fontana è restauratrice di oreficeria. Diplomata in restauro dell'Oreficeria all'Opificio delle Pietre Dure di Firenze nel 2007.

Referenze fotografiche
© Archivio dell'Opificio delle Pietre Dure.

Ringraziamenti
Si ringraziano l'autore e l'Opificio delle Pietre Dure per la gentile concessione e la disponibilità dimostrata.