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Un reliquiario a croce di manifattura veneziana di Barletta

Giovanni Boraccesi

Come ebbi modo di anticipare in altra sede [1], il reliquiario a croce (fig. 1 e fig. 2) che qui presento in maniera più dettagliata fu recuperato dai depositi della Curia Arcivescovile di Barletta; è molto probabile, tuttavia, che in origine fosse custodito nell'attigua ex cattedrale di Santa Maria di Nazareth, già residenza degli arcivescovi profughi della città palestinese al tempo delle invasioni musulmane (1190). Dopo secoli di giurisdizione su diverse chiese di Puglia e di Basilicata la diocesi «intercisa» di Nazareth fu soppressa il 27 giugno del 1818 per essere poi ripristinata nel 1828, ovvero in concomitanza con il passaggio del titolo nazareno agli attuali arcivescovi di Trani [2].

Appena rinvenuto, il reliquiario a croce (h. 35 cm), un oggetto unico in area pugliese, fu sottoposto a una sommaria pulitura delle parti ossidate; esso, però, meriterebbe un appropriato restauro, visto che presenta qualche leggera ammaccatura, un'inclinazione verso destra e l'asta superiore del fusto, non proprio stabile, s'infila in se stessa snaturando così le caratteristiche formali del manufatto; purtroppo persi sono gli smalti che incrostavano e impreziosivano le placchette d'argento. Nella parte posteriore della croce, poi, il decoro filiforme delle due traverse è rotto in alcuni punti.

Il piede del reliquiario (fig. 3), scandito da un profilo mistilineo, consta di un orlo piatto ad arco inflesso e di un sovrastante bordo decorato da una serie di archetti. La superficie del piede è suddivisa da otto falde, profilate da cordoncini che ascendono fin quasi a congiungersi in prossimità del primo collarino romboidale, che come l'altro superiore è attraversato dai medesimi archetti già visti sul bordo. Nel mezzo del fusto, liscio e quadrangolare, è posto il nodo a sfera schiacciata (fig. 4 e fig. 5) ornato da foglie ad acqua, a leggero bassorilievo, e da quattro minuscole losanghe dalle quali aggettano altrettante rosette. Dagli spigoli del collarino superiore, animato da tre corolle floreali includenti pigne dorate (una quarta corolla è andata persa nella zona posteriore), si dipartono due rami contrapposti a doppia ansa, cimati da una base quadrilobata che include una teoria di quadripetali semitraforati.

Sul solido ripiano sono poste le statuine stanti dei dolenti (fig. 6), ovvero della Vergine e di san Giovanni evangelista che accennano a un'elegante hanchement. Nonostante le ridotte dimensioni, le due microsculture, legate all'iconografia della Crocifissione, sono descritte con intento realistico, arricchite da dettagli minuziosi e preziosi: la Vergine, avvolta in un ampio mantello che scende dal capo quasi fosse un pleurant dei noti sepolcri borgognoni, è tormentata dal dolore fisico e morale; un lembo della veste l'aiuta ad asciugare le lacrime mentre il braccio sinistro, proteso verso alto, mostra la mano serrata in segno di costernazione. Non meno straziante è la figura dell'evangelista Giovanni, con tunica accollata ricoperta da mantello e con fitta capigliatura a boccoli tipica della cultura gotica del tempo, che allarga le braccia come ultimo gesto di rassegnazione e impotenza.

Dalla sommità del collarino romboidale s'innalza la croce di forma latina con terminazioni trilobate (fig. 7); trucioli metallici o più verosimilmente foglie accartocciate sono inserite all'incrocio dei bracci. Ad eccezione della terminazione superiore, tutte le altre, profilate da cornicette modanate, contengono tre placchette d'argento a fusione di forma quadrilobata e con bordura liscia includenti minuscole losanghe con i simboli degli evangelisti, un tempo smaltati e realizzati con particolare cura: in basso, il leone di san Marco; a sinistra, l'angelo di san Matteo; a destra, il toro di san Luca (fig. 8); manca, dunque, all'appello il simbolo dell'evangelista Giovanni, cioè l'aquila, forse mai realizzato vista la sovrapposizione del cristallo sulla limitata superficie del trilobo superiore, presumibilmente smaltato. Il ricettacolo, anch'esso a forma di croce, è chiuso da un cristallo di rocca tenuto fermo da un'iterazione di dentelli ribattuti. Sul recto, all'interno di un filo cordonato che ne borda l'intera superficie, è saldato un esile tralcio con volute ad andamento contrapposto, forse la rappresentazione dell'Arbor Vitae purtroppo lacunoso in alcune parti. Il bordo che definisce lo spessore della croce è del tutto liscio.

Fin dal suo esordio il reliquiario a croce di Barletta, in ragione dello stile e della particolare tipologia che lo caratterizza e pur in mancanza di un esauriente giudizio critico e analitico, è stato vagamente assegnato a un orafo veneziano della metà del Trecento. Tale cronologia viene ora rivista e modificata alla luce di una più approfondita indagine. Nonostante la difficoltà ad istituire un confronto stilistico tra il manufatto barlettano, in specie il ricettacolo cruciforme, e altri prodotti di oreficeria veneziana, ritengo, tuttavia, che ciò sia possibile con la croce trecentesca del Museo diocesano di Venezia, già nella chiesa dei Santi Apostoli, considerata uno degli esempi più antichi di croce astile-reliquiario [3]. Va anche detto che sul piano più propriamente decorativo altri pur minimi elementi, come il motivo degli archetti presenti sul bordo del piede e dei collarini, i lobi a punte della base e l'uso dei cordoncini perimetrali, rimandano a oggetti liturgici in metallo prodotti a Padova e a Venezia tra la fine del Trecento e i primi decenni del Quattrocento [4].

In questo discorso si è portati ad operare un raffronto stilistico tra le figurine dei dolenti in argomento e le sculture in marmo degli Apostoli allineate sull'iconostasi della basilica di San Marco e realizzate nel 1394 dai fratelli Pier Paolo e Jacobello Dalle Masegne; a queste ultime opere, si sa, guardarono diversi orafi veneziani. Se così fosse, tale riferimento potrebbe valere come terminus post quem per il reliquiario a croce di Barletta.

É pressoché oggi impossibile, in attesa di un'auspicabile rinvenimento delle carte o degli inventari parrocchiali, affrontare la questione dell'arrivo a Barletta dell'opera in esame - come anche delle altre oreficerie di manifattura veneziana qui presenti - e ancor più dell'ignoto artefice, di sicuro prestigioso. Tuttavia, è bene ricordare che la città pugliese, oltre che tappa quasi obbligata lungo le vie dei pellegrinaggi nazionali e internazionali, all'epoca era un importante centro mercantile della regione, in continuo contatto con la Dalmazia e con la Repubblica di Venezia e che per di più annoverava una fitta presenza di orefici, tra i quali è utile ricordare tal magister Raffaelli de Venetiis aurifabro in Barolo [Barletta] commoranti (1277) di cui non conosciamo alcuna opera, ma la cui influenza si dovette far sentire in città.

Nella capitale del Regno di Napoli era intanto approdato un altro orafo veneziano, registrato nel 1272 con il nome di Nicola Barbarafella e che si aggiungeva ai tanti orafi francesi e toscani tutti a servizio della corte angioina. Nel 1316 è documentato Nicola Bianco da Venezia che raccoglieva gemma set lapides pretiosas ad Camere regie usum [5].

Sempre in età angioina, abbiamo già fatto notare la committenza di manufatti veneziani da parte dei sovrani di Napoli non solo per uso personale, ma anche per doni munifici da destinare alla basilica di San Nicola a Bari, al santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo e alla cattedrale di Durazzo [6], all'epoca sotto la dominazione della Corona di Napoli. Ma non è tutto, dai Registri della Cancelleria Angiona sono annotati altri oggetti di valore e pregio: infatti, per il 1294 si ha notizia di candelabra duo de argento deaurata de opere Venetiarum oltre a iorlanda una de auro cum pernis et iaspidibus de opere Venetiarum [7].

Si è detto che il reliquiario a croce di Barletta custodiva una minuscola quanto pregevolissima stauroteca in argento dorato e con pietre preziose, che ho ritenuto di restituire a un orafo veneziano della metà del XIII secolo. All'epoca essa era conservata presso una collezione privata, mentre oggi è custodita dalla Curia barlettana che giustamente l'ha ricollocata nel reliquiario in esame.

Di questa stauroteca, però, non posso non segnalare un fatto di per sé increscioso: riesaminandola per questa circostanza mi sono accorto che i frammenti del Sacro Legno, caratterizzati da «due incisioni cruciformi all'incrocio dei bracci» sono stati asportati e rimpiazzati da un impasto marrone che non so meglio definire (vedi la documentazione fotografica precedente). Al fianco di quest'ultimo reperto, dobbiamo porre altre quattro stauroteche, a forma di croce patriarcale, conservate sempre a Barletta e quasi tutte caratterizzate da ripetute manomissioni, tanto che un provvidenziale restauro ci aiuterebbe a dipanare dubbi di varia natura che ancora sussistono.

A parte la più tarda stauroteca del monastero di San Ruggero, le restanti tre, caratterizzate da modelli gerosolimitani del XII secolo, sono databili tra la fine del XII e il XIII secolo; si conservano rispettivamente nella basilica del Santo Sepolcro, nella cattedrale di Santa Maria Maggiore e in collezione privata. Di quest'ultima, grazie a una confidenza amicale di don Gino Spadaro (ahimè l'ultima prima della sua morte avvenuta nell'agosto del 2006) sappiamo che era allogata nella locale chiesa delle Domenicane, sotto il titolo di Santa Lucia. È questo un dato di grande interesse, tanto da giustificare la presenza tra le reliquie in seguito incapsulate di quella di papa Pio V (1566-1572) già dell'Ordine dei domenicani canonizzato nel 1712 e, dunque, particolarmente venerato dalle religiose, che per questa circostanza dovettero far arricchire l'antica stauroteca di elementi ornamentali barocchi.

Sempre nell'ambito dell'originaria collocazione di talune stauroteche, andrà poi attentamente valutato l'effetto delle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi (1808) e della conseguente diaspora di suppellettili liturgiche, supposto che l'ostensorio di manifattura veneziana in argento, smalti e cristallo di rocca, custodito nella basilica del Santo Sepolcro a Barletta, per i santi raffigurati ci è parso legato a tematiche francescane [8].

Note
[1] G. Boraccesi, Oreficeria sacra in Puglia tra Medioevo e Rinascimento, Foggia 2005, pp. 71-72. Il reliquiario a croce, dopo la parziale pulitura e il ripristino dell'asta superiore del fusto "caduto" al suo interno, è stato rifotografato e ripubblicato: cfr. Idem, L'oreficeria in Puglia e a Barletta in età medievale, in Il Genio della mia terra. Mosè innalzò un serpente di rame. Suppellettili liturgiche e argenti dalle chiese di Barletta dal XII al XVI secolo, Barletta 2006, p. 37 e p. 56.

[2] Cronotassi iconografia e araldica dell'episcopato pugliese, Bari 1986, p. 253.

[3] G. Caputo, La Croce, il Crocifisso e il Mistero della Resurrezione, in In hoc signo. Il tesoro delle croci, catalogo della mostra, a cura di P. Goi, Milano 2006, pp. 237-238.

[4] Per questi confronti vedi i numerosi reperti schedati in Basilica del Santo. Le Oreficeria, a cura di M. Collareta, G. Mariani Canova, A. M. Spiazzi, Padova-Roma 1995; Oreficeria sacra in Veneto, a cura di A. M. Spiazzi, Cittadella 2004.

[5] G. de Blasis, Le case dei principi angioini nella piazza di Castelnuovo, in "Archivio per le Province Napoletane", XII, 1887, p. 305.

[6] G. Boraccesi, cit., p. 31.

[7] Registri della Cancelleria Angioina, XLVII, p. 336.

[8] G. Boraccesi, cit., pp. 48-49.

L'autore
Giovanni Boraccesi, alla sua attività di restauratore di opere d'arte svolta in collaborazione con le Soprintendenze di Puglia e Basilicata, affianca quello di studioso di oreficeria sacra di ambito pugliese. Tra le sue pubblicazioni: Gli argenti della Cattedrale e del Museo Diocesano di Lucera, (Foggia 2003); Gli Argenti del Museo Capitolare d'Arte Sacra di Gravina di Puglia, (Bari 2003); Il Sole Eucaristico. Ostensori d'argento nella Diocesi di Lucera-Troia (Foggia 2004).

Referenze fotografiche
© Foto Rudy.

Ringraziamenti
Si ringrazia il fotografo e l'autore per la gentile concessione e la disponibilità dimostrata.