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Argenti sacri marcati Venezia nel Museo civico di Rapallo

Antonella Capitanio

La dispersione delle opere d'arte orafa continua ad essere una delle difficoltà maggiori per l'organica ricostruzione di significativi contesti produttivi, e non vi è dubbio che una delle potenzialità più importanti di questa rivista on-line sia proprio quella di offrire un agile strumento di informazione e confronto capace di costituirsi in tempi brevi come una vera e propria banca dati per gli studi del settore.

E' con questa convinzione che ho scelto di segnalare tre oggetti di diffusa produzione veneziana, la cui appartenenza ad una raccolta privata solo di recente donata ad un museo pubblico ha reso a lungo estranei agli studi, anche se ora l'edizione di uno specifico catalogo proprio per la sezione argenti della collezione stessa li risarcisce della prolungata invisibilità.

Si tratta di una croce, un calice ed un ostensorio oggi esposti nel Museo civico di Rapallo intitolato ad Attilio e Cleofe Gaffoglio, che nel nome conserva la memoria dell'origine delle collezioni: raccolta privata generosamente donata nel 2000 al comune ligure da Attilio Gaffoglio, genovese vissuto a Torino e poi tornato a stabilirsi in Riviera negli anni Ottanta [1]. Di poco precedente è il maturare della sua passione collezionistica, che lo porta insieme alla moglie a costituire nell'ultimo quarto del secolo una variegata raccolta comprendente - tra porcellane, avori, sculture lignee e dipinti ottocenteschi - anche un cospicuo gruppo di oggetti d'arte orafa [2].

Tra questi ultimi uno dei più notevoli appare una croce di argento (fig. 1 e fig. 2) che la reiterata presenza dei marchi di garanzia (fig. 3 e fig. 4) ci assicura realizzata in una bottega veneziana [3]: per l'esattezza quella all'insegna "dell'Orso", che risulta una delle più importanti attive tra Cinque e Seicento e alla quale sono legati svariati nomi di orafi a partire da un Costanzo nato nel 1520 e un Zuan Battista già attivo nel 1525, per continuare con un non altrimenti noto Isepo, cioè Giuseppe, attestato dal 1548 e un Costantin, registrato dall'anno successivo [4]. E almeno in due di questi nomi si può cogliere una probabile identità familiare da cui discende poi il più documentato Costantin Piazzalonga, nato nel 1592, che ha alle spalle un Zuan Piero Piazzalonga attivo già dal 1564, e nella cui bottega furono attivi anche Andrea Mori (dal 1641) e Antonio Suavé (dal 1650) [5].

La croce, anche se nel suo aspetto attuale frutto di qualche probabile rimaneggiamento e molto mal conservata negli sbalzi soprattutto del verso (fig. 5), appare legata ad una produzione tardo cinquecentesca e si qualifica come significativa testimonianza degli intrecci tra le culture orafe veneta e lombarda.

In particolare l'asta portacroce risulta analoga a una conservata nella parrocchiale di Varenna, sul lago di Como, e soprattutto le placchette poste sui terminali (fig. 6) trovano il proprio prototipo in illustri esemplari lombardi, come il San Giovanni dolente che discende direttamente da quello presente su una croce del Tesoro del duomo di Milano datata al 1565, mentre le figure degli Evangelisti sono collegabili a quelle della croce realizzata per la badia fiorentina tra il 1591 e il 1596 ed oggi conservata nel Museo nazionale del Bargello, ugualmente opera di un orafo di cultura lombarda [6]. Una tipologia con radici in area veneta è invece evidentemente alla base della struttura della croce, con l'andamento dei bracci che prima di dilatarsi nei terminali quadrangolari lobati si divarica ad àncora, memoria ormai inconscia delle antiche croci patenti: una soluzione praticamente identica a quella della coeva croce conservata nel Museo d'arte sacra di Pordenone proveniente dalla chiesa di Pescincanna, che il marchio impressovi ci dice eseguita nella bottega veneziana all'insegna "del Bó³", ovvero il bue [7].

Ad una bottega veneziana attiva tra la fine del Cinquecento e il primissimo Seicento si deve anche il più antico del folto gruppo di calici eucaristici [8] (fig. 7). Il marchio in questo caso si trova sotto la base (fig. 8) e non risulta sinora rilevato su altri oggetti pubblicati, ma appare facilmente identificabile con quello della documentata bottega all'insegna de "La Croce", cui risultano legati - nel periodo di verosimile esecuzione dell'oggetto - diversi nomi di orafi: un Francesco attestato dal 1516 al 1575, un Antonio dal 1526 al 1546, un Francesco Genova dal 1566 al 1601 e un Paulo dal 1559 al 1579 [9]. L'oggetto passò sul mercato già nel 1885, come testimonia l'iscrizione presente sotto la base che lo dice donato in quell'anno da una tale Luigia Frigerio allo zio prete Ismaele Rossi [10], mentre la coppa - contrassegnata dal marchio del titolo in uso in Italia ormai nel secolo successivo - è di evidente più tarda sostituzione ed inficia un po' le misuratissime proporzioni dell'oggetto, caratterizzato da una sobria decorazione a nastro intrecciato che sfrangia nel profilo del sottocoppa. E' proprio questo tipo di decoro, pur generalmente diffuso in tutta la cultura orafa del secondo manierismo ed amplificato dai repertori grafici, ma a Venezia sostanziato dalla fonte diretta di manufatti arabi, a confermare - al di là della documentazione assicurata dalla presenza dei marchi - la pertinenza culturale dell'oggetto, che trova infatti gemelli tuttora conservati localmente, tra i quali una base erratica appartenente alla chiesa dei Frari [11].

Più tardo è infine un ostensorio [13] (fig. 9) privo dell'insegna della bottega che l'ha prodotto, ma datato con certezza tra il 1761 e il 1776 dalla presenza del marchio del toccatore di Zecca di quegli anni [12] (fig. 10), che pur nella consuetudine esecutiva rivela un sapiente utilizzo dei materiali e del repertorio decorativo, con l'alternanza nella raggiera di parti dorate che esaltano l'effetto di "splendore" e la morbidezza di forme nella base, in linea ad esempio con quelle di un ben più sontuoso ostensorio datato 1764 conservato nel Museo d'arte sacra di Pordenone [14]. Ma significativo è anche considerare l'esemplare oggi nel Museo di Rapallo nel contesto di un ideale sviluppo della struttura tipica degli ostensori nella produzione veneziana settecentesca, che si evidenzia in questo caso come una distillazione di quella di inizio secolo, come si può cogliere dal confronto con un ostensorio databile entro il 1716, tuttora conservato a Venezia [15] nella chiesa di Santo Stefano.

Note
[1] Sulla genesi del Museo Civico Gaffoglio si veda P. Rum, Attilio Gaffoglio un collezionista del XX secolo in Museo Attilio e Cleofe Gaffoglio. La collezione dei dipinti di paesaggio dell'Ottocento e del Novecento, a cura di P. Rum, Milano 2004, pp. 13-15.

[2] L'intero nucleo è pubblicato in Museo Attilio e Cleofe Gaffoglio. La collezione di argenti e oreficerie, a cura di P. Rum, Milano 2006.

[3] Ibidem, p. 105, cat. 1.

[4] P. Pazzi, Dizionario aureo: orefici, argentieri, gioiellieri, diamantai, peltrai, orologiai, tornitori d'avorio nei territori della Republica Veneta. Dizionario biografico degli orefici, argentieri, gioiellieri, diamantai, peltrai, orologiai, tornitori d'avorio e scultori in nobili materiali con particolare riferimento alla loro età, insegna di bottega, punzoni, opere, Venezia 1998, p. 209, p. 210, p. 370 e p. 592.

[5] Pazzi identifica solo questi quattro personaggi come esponenti della stessa bottega (P. Pazzi, Dizionario aureo, cit., p. 77, pp. 127-128, p. 210 e p. 636), ma le sovrapposizioni di date portano ad evidenza a considerare in continuità anche i quattro precedentemente citati e ad aggiungervi anche un Bernardo attestato dal 1594 al 1614 (Ibid., p. 165) e un Bastian documentato dal 1611 al 1631 (Ibid., p. 156).

[6] Per i confronti citati si veda A. Capitanio, Argenterie sacre tra XVI e XVII secolo, Firenze 1985, pp. 18-26.

[7] L'oggetto è pubblicato in Museo Diocesano d'Arte Sacra. L'Arredo, a cura di P. Goi, Pordenone 2006, tav. VI b e p. 23.
[8] Museo Attilio e Cleofe Gaffoglio. La collezione di argenti, cit., pp. 110-111, cat. 12.

[9] P. Pazzi, Dizionario aureo, cit., pp. 86, p. 256, p. 276, p. 488.

[10] La scritta dedicatoria è incisa su una placca aggiunta sotto la base e recita: "Luigia Frigerio nipote cariss. sac. d. Ismaele Rossi 19 dicembre 1885".

[11] Le oreficerie gotiche e rinascimentali del tesoro dell Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, a cura di P. Pazzi, Venezia 1976, pp. 118-119.

[12] Si tratta del marchio con le lettere NG in campo lobato e accompagnate da due stelle, rilevato in due varianti da P. Pazzi, I punzoni dell'argenteria e oreficeria veneta: ovvero Breve compendio di bolli e marche dell'argenteria e oreficeria veneta, Pola 1992, p. 114, nn. 286-287.

[13] Museo Attilio e Cleofe Gaffoglio. La collezione di argenti, cit., p. 107, cat. 5.

[14] L'oggetto, che lo splendido fusto in forma di statuetta della Fede rende per il resto inconfrontabile, pur provenendo dalla chiesa parrocchiale del piccolo centro di Meduno è ben noto grazie a diversi studi ed esposizioni (cfr. Museo Diocesano, cit., tav. XVI e p. 26).

[15] Lo si veda pubblicato da Ettore Merkel in I Tesori della Fede. Oreficeria e Scultura dalle Chiese di Venezia, catalogo della mostra (Venezia 2000), Venezia 2000, pp. 165-166, cat. 17.

L'autore
Antonella Capitanio è docente di Storiadelle arti applicate e dell'oreficeria all'Univesità degli Studi di Pisa. Ha una lunga e continua esperienza di lavoro nel campo delle arti decorative dall'età medievale a quella contemporanea.
Annovera un complesso di pubblicazioni legate a studi monografici, articoli scientifici ed occasioni espositive di prestigio.

Referenze fotografiche
© Archivio dell'autore e Museo civico Attilio e Cleofe Gaffoglio di Rapallo.

Ringraziamenti
Si ringrazia l'autore e il Museo civico Attilio e Cleofe Gaffoglio di Rapallo per la gentile concessione e la disponibilità dimostrata.