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Oreficeria e Liturgia nel contemporaneo

Mauro Piacenza

E' nata una nuova rivista e sono lieto di tenerla... a battesimo. "Patrimonio di oreficeria adriatica" si occupa della storia artistica e tecnologica della suppellettile preziosa profana e sacra, ma ha un occhio rivolto alla produzione orafa contemporanea, profana e sacra, cosa che ne aumenta, dal mio punto di vista, sensibilmente il valore. Nel momento in cui scrivo sto lasciando la presidenza della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa per un altro incarico, ma resto sempre un sacerdote e un pastore. Come tale rimane intatto in me l'impegno di promuovere al meglio la conservazione e la valorizzazione del patrimonio di suppellettili liturgiche ereditate dal passato e di incoraggiare la produzione di suppellettili adatte alle esigenze della attuale liturgia e degne di reggere il confronto con quelle antiche. Purtroppo ancora molti sacerdoti si accontentano di oggetti seriali e di poco valore per il servizio del culto, ma si constata, nello stesso tempo, nelle nostre chiese un ritorno al gusto per il pezzo unico, commissionato appositamente, dopo aver scelto con cura l'artista o l'artigiano, in un rinnovato e mai abbastanza auspicato dialogo fra arte e committenza ecclesiastica.

In questo breve contributo parlerò dunque delle suppellettili liturgiche, essenzialmente dal punto di vista della liturgia. In altre parole, parlerò di che cosa si aspetta la Chiesa dagli artisti e dagli artigiani di suppellettili.

Aspetto rituale e celebrativo delle suppellettili liturgiche
La teologia cattolica ha da sempre visto nell'Ultima cena di Gesù l'"icona" della celebrazione della Messa. Gesù ha preso un "piatto" che era sulla tavola, preparata per un pasto festivo, nel corso del quale ha spezzato del pane e ha fatto passare fra i convitati una "coppa" di vino, perché ne bevessero (cf. Mc 14, 22-23). Il Signore si è servito di utensili ordinari, sebbene festivi, per celebrare sì un'azione rituale, ma di tipo domestico
(fig. 1). Tuttavia, il Signore aveva già riempito questo pasto rituale di un significato nuovo, facendone un'azione con cui anticipava il sacrificio col quale di lì a poco avrebbe offerto, anche in modo cruento, il suo corpo e il suo sangue sulla croce. Dall'ordine, emanato da Gesù nell'Ultima cena, di offrire per sempre il memoriale di questi fatti, è nata la Messa, che da questo nucleo originario si è arricchita nei secoli di elementi rituali e liturgici, differenziati a seconda dei tempi e dello spazio; fra essi anche le sacre suppellettili hanno gradualmente ricevuto una loro forma fissa, assieme all'aura di sacralità che li contraddistingue.

Le sacre suppellettili, infatti, sono state percepite da sempre dal popolo di Dio non come oggetti ordinari. Il fatto che siano riservate al culto conferisce loro "sacralità" alle suppellettili, nel senso etimologico di "separatezza" (e non certamente di santità ontologica o morale, attribuita a Dio e all'uomo redento). Proprio per indicare ciò, ogni suppellettile, prima di essere destinata al culto, deve essere benedetta secondo una formula contenuta nel Benedizionale [1]. Ma, a differenza delle altre, la formula di benedizione del calice e della patena è inserita nel rito della dedicazione della chiesa e dell'altare, a sottolineare la destinazione permanente ed esclusiva di quei vasi sacri all'Eucaristia: si tratta di vera e propria dedicazione, a somiglianza di quella dell'altare, con cui formano quasi un'unità [2].

La riforma liturgica seguita al Concilio ecumenico Vaticano II, nel riaffermare il valore della liturgia come celebrazione in atto della Chiesa orante, ha aperto una nuova via di valorizzazione dei vari oggetti anche a partire dai soggetti, gli attori reali dell'azione liturgica. Le suppellettili cioè sono viste non solo sotto l'aspetto rituale, cioè oggettivo e cultuale, ma propriamente sotto l'aspetto celebrativo, cioè soggettivo e operativo. In altre parole, gli strumenti del culto prendono valore e presenza soprattutto come prolungamento dell'azione corporea del celebrante (l'aspersorio allarga il gesto dell'aspersione, calice e patena rendono possibile l'offerta e così via). L'oggetto acquista la sua piena carica significante quando è integrato nel gesto di chi lo usa, entrando nell'atto del culto, e non quando è considerato a sé stante. Ne consegue la prevalenza di un'estetica del senso e della comunicazione su un'estetica dell'oggetto in sé: non è sufficiente considerare la suppellettile come un semplice oggetto d'arte, a costo di impoverirne il significato.

Libri liturgici e suppellettili
Sembra ovvio - ma probabilmente non lo è - che il punto di partenza per qualunque discorso sulle suppellettili liturgiche debbano essere i libri liturgici. Oltre alle preghiere (eucologia) e le letture per la celebrazione della Messa, degli altri Sacramenti e delle azioni sacre, essi contengono rubriche e introduzioni (Praenotanda) con preziose indicazioni sul modo di celebrare e sulle cose che servono.

Da tali testi si deduce anzitutto una distinzione fra le suppellettili. A un primo gruppo appartengono tutti gli oggetti che vengono in contatto con l'Eucaristia e che sono detti "vasi sacri": il "vasculum" o pisside, per la conservazione delle ostie consacrate nel tabernacolo; l'ostensorio, per l'esposizione e adorazione solenne dell'Eucaristia e la teca, per la conservazione dell'ostia grande per l'adorazione e delle ostie piccole per la Comunione ai malati [3]. Fra di essi si distinguono, come abbiamo visto, il calice e la patena, perché, secondo le parole del Messale Romano, "in essi vengono offerti, consacrati e consumati il pane e il vino" [4].

Ad un secondo gruppo appartengono tutte le altre suppellettili necessarie al culto. Esse sono menzionate qua e là nei libri liturgici e per loro, a differenze dei vasi sacri, non si danno particolari indicazioni circa la confezione. Per tradizione, tali oggetti possono essere di metallo e sovente sono state preziose opere di oreficeria o di microscultura. Ne diamo qui di seguito un elenco, iniziando da quelli necessari alla celebrazione della Messa: la coperta dell'evangeliario, la croce d'altare e la croce processionale, il piattino per la Comunione dei fedeli, i candelieri d'altare e processionali, il turibolo e la navicella dell'incenso, la brocca e il bacile per il "lavabo" e la lavanda dei piedi, il secchiello con l'aspersorio per l'acqua benedetta, il campanello, la lampada del santissimo Sacramento, il rivestimento delle ampolle per l'acqua e il vino. Per la celebrazione di alcuni sacramenti occorrono ampolle metalliche per gli oli sacri, variamente abbinate: per il battesimo (coppia di ampolle per il crisma e l'olio dei catecumeni), per la cresima e l'ordine sacro (ampolla più grande per il crisma ad uso del vescovo) e per l'unzione degli infermi (ampolla singola). Sono generalmente di metallo anche altri oggetti: i reliquiari (fig. 2):, la corona per le immagini della Madonna con Gesù Bambino, il faldistorio o sede mobile del vescovo, il leggio per l'altare e quello per la sede. Possono pure essere metallici il portacero pasquale, il bacile del fonte battesimale con la conchiglia ecc. Infine vanno qui comprese alcune insegne (vescovili o abbaziali), spesso di metallo prezioso: il pastorale, la croce pettorale, l'anello e, ormai riservato al papa, il razionale o grande fermaglio del piviale per questi ultimi oggetti è prevista dal Pontificale un'apposita benedizione [5].

Il Messale Romano: confezione dei vasi sacri e materiali da usare
Il Messale Romano offre delle indicazioni abbastanza precise sulla confezione dei vasi sacri, soffermandosi soprattutto sui materiali da usare [6]. É piuttosto evidente la preferenza per i "metalli nobili" e in particolare per l'oro e, nel caso si utilizzino metalli ossidabili o meno nobili, è prescritto che almeno l'interno dei vasi sia dorato.

Tuttavia si percepisce nel Messale la consapevolezza che la nobiltà di una materia è una questione culturale. Oggi alcuni metalli diventati più costosi dell'oro, sono considerati più pregiati di quello e come tali utilizzati anche in oreficeria. Ma in culture diverse da quelle occidentali, come le africane, la nobiltà può essere associata pure a materiali diversi dai metalli, come l'ebano e altri legni duri. In tal caso il Messale Romano accetta queste materie, purché siano ben solide e non soggette a facili rotture e, in particolare per la coppa del calice, non siano porose e quindi assorbenti. Il giudizio ultimo su tali materiali è lasciato comunque alle Conferenze episcopali e sottoposto alla supervisione della Santa Sede.

Per quanto riguarda gli altri oggetti liturgici, la scelta del metallo o di materiali alternativi è invece lasciata all'artista, così come, in ogni caso, la tecnica di lavorazione.

Sulla forma dei vasi sacri: grande libertà dell'artista
"Per quanto riguarda la forma dei vasi sacri, è compito dell'artista confezionarli nel modo più conveniente, secondo gli usi delle singole regioni, purché siano adatti all'uso liturgico cui sono destinati e si distinguano chiaramente da quelli destinati all'uso quotidiano" [7]. L'indicazione è quindi di grande libertà, ma presuppone che l'artista o artigiano
(fig. 3) conosca la destinazione liturgica di un determinato vaso e abbia studiato la storia della suppellettile sacra. Presuppone pure che l'artista o artigiano abbia nozioni della stessa liturgia riformata dal Concilio Vaticano II - che in alcuni casi si differenzia dalla liturgia tridentina, a cui si riferivano i vasi sacri confezionati fino alla metà del secolo scorso - per poter fornire oggetti dalla forma adatta.

Si dovrà sapere, ad esempio, che il "novus ordo" esprime il desiderio che i fedeli ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa Messa, perché la Comunione appaia meglio come partecipazione al sacrificio in atto e come comunione all'unico pane spezzato: per tale motivo si ritiene conveniente, almeno la domenica, utilizzare un'unica grande patena, nella quale porre il pane per il sacerdote, il diacono, gli altri ministri e i fedeli [8]. Analogamente il nuovo rito prevede in determinate circostanze, specie in presenza del vescovo, la concelebrazione di molti sacerdoti e, in alcuni casi, la comunione al calice anche da parte dei fedeli: in queste circostanze festive è necessario un calice di sufficiente grandezza in cui fare la consacrazione del vino, che poi, per la distribuzione ai fedeli, può essere riversato in calici più piccoli (che sarebbe elegante fossero tutti uguali) mediante un mestolo liturgico [9].

Generalmente si fa la comunione al Sangue del Signore bevendo direttamente al calice (per i sacerdoti) o intingendo il pane nel vino (per i fedeli); ma è previsto [10] pure l'utilizzo del cucchiaino (nei riti orientali) e della cannuccia (non molto diffuso, ma che si rende necessario nel caso di ammalati). A tale proposito, per la comunione agli infermi che possono assumere solo alimenti liquidi, la competente Congregazione ha di recente consentito la conservazione nel tabernacolo del vino consacrato, in un apposito vaso [11]. Occorrerà quindi che almeno le cattedrali, i santuari e le chiese molto frequentate si dotino di cucchiaini, cannucce e mestoli in metallo prezioso e almeno le parrocchie si forniscano di una teca per la conservazione e il trasporto del Sangue di Cristo (di questo oggetto esistono degli esempi anche antichi presso le comunità protestanti "utraquiste").

Stile artistico: gusto del nostro tempo e delle varie culture
Quanto appena detto ci permette di accennare alla questione dello stile artistico. É veramente necessario che artisti, artigiani e orafi si confrontino con lo studio della grande tradizione orafa, di cui esistono studi e repertori. Tuttavia, non ci si dovrebbe mai limitare all'imitazione degli esempi del passato, anche se molto belli, ma cimentarsi nella ricerca di soluzioni più conformi al gusto del nostro tempo e delle varie culture A tale proposito, la terza istruzione per l'applicazione della riforma liturgica, afferma: "Se viene concessa una maggiore libertà per quanto riguarda la materia e forma [dei vasi sacri, dei paramenti e delle suppellettili], ciò avviene per dare ai diversi popoli e agli artisti una più ampia possibilità di impegnare per il culto sacro le loro migliori energie" [12].

Questo discorso rientra nei principi generali enunciati per l'arte dal Concilio Vaticano II: "La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico [...] Anche l'arte del nostro tempo e di tutti i popoli e paesi abbia nella Chiesa libertà di espressione [...] In tal modo essa potrà aggiungere la propria voce al mirabile concento di gloria che uomini eccelsi innalzarono nei secoli passati alla fede cattolica" [13].

Decorosa sobrietà: vesti e suppellettili
Un secondo principio di ordine generale enunciato dalla costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosantum Concilium, è quello della decorosa sobrietà, specialmente per vesti e suppellettili: "Nel promuovere e favorire un'autentica arte sacra, gli Ordinari procurino di ricercare piuttosto una nobile bellezza che una mera sontuosità" [14]. Si tratta di un principio importante, di ordine pastorale, alla base di altre raccomandazioni entrate nelle norme liturgiche, come quella che invita ad evitare un eccessivo sfarzo nel confezione le corone per l'incoronazione delle immagini più venerate della Vergine Maria e di Gesù Bambino [15].

Tuttavia ciò non comporta affatto, come purtroppo qualche volta si è inteso, un invito generale alla sciatteria. Una pagine molto bella dell'enciclica Ecclesia de Eucharistia di Giovanni Paolo II, di venerata memoria, richiama alcuni passi evangelici nei quali lo stesso Gesù non ha disdegnato un decoro anche costoso per sottolineare il valore della sua Pasqua. Nell'episodio dell'unzione di Betania (cfr. Mt 26,8; Mc 14,4; Gv 12,4) Gesù apprezza la donna che gli profuma i piedi con un unguento preziosissimo, interpretandolo come un profezia della sua sepoltura, a differenza di alcuni discepoli che ritenevano quel gesto uno spreco e una mancanza di carità verso i poveri. Anche nella preparazione dell'Ultima cena (cfr. Mc 14,15; Lc 22,12) Gesù appare come il regista di un allestimento accurato in una grande sala ornata di tappeti. Papa Giovanni Paolo II dedica un intero capitolo a ricordare come sia giusto e conforme alle più nobili intenzioni, che la Chiesa abbia dimostrato la sua comprensione del mistero eucaristico non solo attraverso la ricchezza della liturgia e un atteggiamento di devozione interiore, ma "anche attraverso una serie di espressioni esterne, volte a evocare e sottolineare la grandezza dell'evento celebrato". Cosicché "l'architettura, la scultura, la pittura, la musica, lasciandosi orientare dal mistero cristiano, hanno trovato nell'Eucaristia, direttamente o indirettamente, un motivo di grande ispirazione" [16].

Certamente la Chiesa ha sempre avuto presente che il suo primo dovere è la carità e che non deve esserci un'attenzione schizofrenica verso il Sacramento del corpo di Cristo e il corpo di Cristo che soffre nel povero. Essa si ricorda dell'insegnamento dei santi Padri: "Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità [...] A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d'oro, quando lui muore di fame? Comincia a saziare lui affamato, poi con quello che resterà potrai ornare anche l'altare" [17]. Ma proprio perché è certa di non mancare di servire il Signore nel "più piccolo dei suoi fratelli", la Chiesa lo onora con suppellettili splendide anche sull'altare.

Arti sacre e bellezza divina
Oltre a ciò, dei metalli nobili, in particolare dell'oro, e delle pietre preziose per i vasi sacri e le suppellettili liturgiche ha da sempre assunto un valore simbolico, quasi che la preziosità materiale del contenente rimandi alla preziosità ontologica e spirituale del contenuto. Gli oggetti liturgici parlano il linguaggio metaforico dello splendore dell'oro, che rimanda ad piano trascendente, alludendo alla metamorfosi dei figli di Dio e dell'intera creazione, chiamati, mediante la potenza dello Spirito Santo, ad essere trasfigurati (cfr. Rm 8, 19-23).

Ancor più precisamente, la Sacrosanctum Concilium afferma: "esse [le arti sacre] per loro natura, hanno relazione con l'infinita bellezza divina, che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell'uomo, e sono tanto più orientate a Dio e all'incremento della sua lode e della sua gloria, in quanto nessun altro fine è stato loro assegnato se non quello di contribuire il più efficacemente possibile, con le loro opere, a indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio. [...] Per tale motivo la santa madre Chiesa è stata sempre amica delle arti liberali ed ha sempre ricercato il loro nobile servizio, specialmente perché le cose appartenenti al culto fossero veramente degne, decorose e belle, segni e simboli delle realtà soprannaturali [...]"[18]. Chi ha dimestichezza con la teologia si accorgerà che la definizione appena enunciata coincide con la definizione della stessa liturgia, che è azione di lode a Dio da parte dell'uomo e santificazione dell'uomo da parte di Dio; inoltre questi oggetti sono annoverati fra i "santi segni" che costituiscono la liturgia.

Possiamo anche approfondire questo concetto. Nel capitolo 21 dell'Apocalisse è descritta la Gerusalemme celeste come una città di oro puro, con le mura di diaspro, le fondamenta costituite di dodici tipi di pietre preziose e le dodici porte formate ciascuna da un'unica perla. Questo libro, ampiamente utilizzato nella liturgia, ha notevolmente ispirato l'arte liturgica, non per le descrizioni catastrofiche di alcune sue parti (un elemento secondario, che gradualmente ha preso il sopravvento, fino a determinare il significato corrente della parola "apocalittico"), ma per il suo significato teologico complessivo di "rivelazione" (che è il significato della parola greca apokalypsis) della presenza di Cristo \risorto in mezzo alla sua Chiesa e della sua vittoria sul mondo, fino alla piena manifestazione nella parousia o seconda venuta. É molto frequente infatti trovare nei mosaici e nelle pitture absidali paleocristiani e alto-medievali la Croce, il Trono, le Città di Gerusalemme e di Betlemme, l'aureola di Cristo raffigurati come oggetti d'oro tempestasti di gemme e di perle: in questo modo si intendeva raffigurare il messaggio dell'Apocalisse, che coincide con la fede della Chiesa, espressa durante la liturgia, di annuncio della preziosa passione, di proclamazione della vittoria della risurrezione e di attesa del glorioso ritorno del Signore. Di conseguenza, è attribuibile pure all'oreficeria liturgica lo stesso significato "apocalittico", che lungi dall'essere un'ostentazione di ricchezza, corrisponde piuttosto ad una professione di fede.

Iconografia religiosa e mistagogia sacramentale
Che i vasi sacri e le suppellettili non siano oggetti puramente funzionali, ma elementi integrati nella liturgia, è deducibile anche dalla loro iconografia. Il santo padre Benedetto XVI, nella sua recentissima Esortazione in occasione del Sinodo sull'Eucaristia ha ricordato come in "tutta l'arte sacra [...] l'iconografia religiosa deve essere orientata alla mistagogia sacramentale" [19]. Può aiutare a capire questa affermazione un passo del Catechismo della Chiesa Cattolica: "La catechesi liturgica mira a introdurre nel Mistero di Cristo (essa è infatti 'mistagogia'), in quanto procede dal visibile all'invisibile, dal significante a ciò che è significato, dai 'sacramenti' ai 'misteri'[20]. Dunque le suppellettili liturgiche ‘introducono' ai sacri misteri della fede, quando essi sono dipinti, incisi o scolpiti sulla loro superficie, come immagini dei misteri della vita di Gesù corrispondenti alle feste del calendario liturgico.

Si può constatare un'evoluzione dell'iconografia dei vasi sacri corrispondente alle immagini che, in formato maggiore, ornavano l'altare e variabile a seconda delle diverse accentuazioni della teologia della Messa. In patene paleocristiane ad esempio sono rappresentate croci gemmate, secondo la simbologia apocalittica). In calici e patene (fig. 4) altomedievali non è raro trovare il Cristo in maestà, corrispondente all'immagine che dominava nella stessa epoca i catini absidali. Più tardi, nel pieno medioevo e in epoca tridentina, quando si sottolineava maggiormente l'aspetto sacrificale della Messa, sui vasi sacri prevaleva la raffigurazione della Crocifissione e di altre scene della Passione di Cristo, in coincidenza con la diffusione dei crocifissi come arredi da chiesa, a statue e a cicli pittorici della Passione. Ugualmente, non mancano sulle suppellettili rappresentazione della Natività e di altri misteri dell'infanzia e della vita di Cristo, che richiamano l'incarnazione: anche nella pale d'altare medievali e rinascimentali la frequente rappresentazione della Madonna in trono col Bambino alludeva allo stesso mistero liturgico. In tutta la storia della suppellettile sacra si trovano infine frequenti esempi di rappresentazioni "tipologiche": esse consistono nel mettere a confronto i misteri della vita del Signore con episodi dell'Antico Testamento, i quali appaiono pertanto come profezie dei primi, secondo un procedimento già posto in opera in mosaico nelle antiche basiliche romane.

Vi sono poi alcune suppellettili che posseggono in sé stesse richiami iconografici precisi di derivazione biblica. Si pensi al turibolo (fig. 5), che nelle visioni apocalittiche è messo in mano ad angeli officianti il culto celeste (Ap 8, 3. 5 e cfr. Ez 8, 11) e che spesso ha la forma di un edificio richiamante la Gerusalemme celeste. Si pensi pure al pastorale del vescovo e dell'abate, che allude alla verga fiorita di Aronne (cfr. Nm 17, 16-26) o al bastone di Mosé che si trasforma in serpente (cfr. Es 4, 1-5). Oppure, si consideri infine che i tralci vitinei e il fogliame che spesso decoravano molti candelieri d'altare erano letti, alla luce dei trattati teologici e della filosofia neoplatonica, come allusivi alla foresta in cui l'uomo perde la sua strada, per ritrovarla in Cristo, luce del mondo (cfr. Gv 9 ecc.).

L'uomo in forma di coppa: l'orante
Un poema della raccolta Semaine Sainte del poeta francese contemporaneo Patrice de La Tour du Pin è intitolato L'homme en forme de coupe. Alla vigilia della celebrazione del memoriale dell'Ultima Cena del Signore, il poeta si raccoglie e vede, in una immagine inattesa, l'uomo in preghiera come un vaso che raccoglie la grazia di Dio che discende, la luce divina accolta nella realtà umana. La forma concava, che rende i vasi sacri adatti a raccogliere le sacre specie, specialmente il calice del Sangue di Cristo, è la stessa dell'uomo o della donna mentre pregano con le mani alzate, come sono raffigurati, nelle catacombe o sui sarcofagi paleocristiani, i cosiddetti "oranti".

Si tratta di un'immagine poetica molto personale. Ma dietro quest'immagine si cela un'idea spirituale molto forte, quella dell'esigenza per il credente di conformare la propria vita a quella del Signore. E in questo non c'è forma più alta di imitazione che non seguire Cristo sulla via della donazione della vita per amore, come ha fatto Gesù sulla croce e come continua a fare nell'Eucaristia. Ecco, se anche un oggetto come il calice può suggerire un'idea come questa e indurre delle persone a muovere in questo senso la loro vita, esso ha raggiunto l'apice del suo significato.

Note
[1] Rituale Romano. Benedizionale, ed. it., Città del Vaticano 1992, pp. 612-616: Benedizione degli oggetti per il culto.

[2] Pontificale Romano. Benedizione degli oli e dedicazione della chiesa e dell'altare, ed. it., Città del Vaticano 1980, pp. 131-138, p. 157: Benedizione del calice e della patena.

[3] Benedizionale, cit., pp. 613-616.

[4] Messale Romano, Principi e norme, 3a ed. it, Roma 2004, n. 327; cfr. Benedizione degli oli..., cit., pp. 131-138.

[5] Pontificale Romano. Ordinazione del Vescovo, dei Presbiteri e dei Diaconi, Città del Vaticano 1979: Benedizione delle insegne pontificali; cfr. Caeremoniale episcoporum, ed. typ., Città del Vaticano 1984, ad indicem. Per gli oggetti necessari alla celebrazione della Messa: cfr. Messale, Principi, passim; per i sacramenti, si vedano le Premesse ai rispettivi libri del Rituale Romano: Rito del Battesimo dei Bambini, Città del Vaticano 1969; Rito dell'Iniziazione Cristiana degli Adulti, Città del Vaticano 1972; Rito della Confermazione, Città del Vaticano 1971; Sacramento dell'unzione e cura pastorale degli infermi, Città del Vaticano 1972.

[6] Messale, Principi, nn. 328-330.

[7] Ibidem, n. 332.

[8] Ibidem, nn. 85 e 331.

[9] Ibidem, nn. 85 e 285.

[10] Ibidem, n. 245.

[11] Responsa ad dubia proposita ("Notitiae", 43, 2007, pp. 182-183).

[12] Sacra Congregazione per il Culto Divino, Istruzione Liturgicae instaurationes, 5 settembre 1970, n. 8 (Enchiridion Vaticanum [d'ora in poi EV] 3, Bologna 1966, n. 2789).

[13] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963, n. 123 (EV 1 [1966] n. 227).

[14] Sacrosanctum Concilium, n. 124 (EV 1 [1966] n. 228).

[15] "Per il diadema o la corona si usi una materia atta ad esprimere la dignità singolare della Beata Vergine; si eviti tuttavia una troppo dispendiosa fastosità, come pure uno sfoggio esagerato di gemme che disdica alla sobrietà del culto o risulti in qualche modo offensiva per quello che è l'umile tenore di vita dei fedeli del luogo": Benedizionale, n. 2035 (Incoronazione di un'immagine della Beata Vergine Maria).

[16] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia sull'Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa, 17 aprile 2003, n. 49, ma vedi tutto il cap. V., nn. 47-51 (Il decoro della celebrazione eucaristica) ("Il Regno Documenti" 9/2003, pp. 267-268).

[17] Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 50, 3-4 (PG 58, 508-509).

[18] Sacrosanctum Concilium, n. 122 (EV 1 [1966] n. 223-224).

[19] Benedetto XVI, Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis sull'Eucaristica fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, 22 febbraio 2007, n. 41 ("L'Osservatore Romano", 14 marzo 2007, p. 7).

[20] Catechismo della Chiesa Cattolica, 1a ed., Città del Vaticano, 1992, n. 1075.

L'autore
Mons. Mauro Piacenza è nato a Genova 1944 ed è laureato in Diritto Canonico. Dopo un ventennio di ministero presbiterale nell'Arcidiocesi di Genova, nel 1990 è stato chiamato al servizio della Santa Sede presso la Congregazione per il Clero. Il 13 ottobre 2003 è stato eletto alla sede vescovile titolare di Vittoriana e nominato presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e, successivamente, presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Dall'8 maggio 2007 è segretario della Congregazione per il Clero.

Referenze fotografiche
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