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Testimonianze di devozione e committenza popolare nell'oreficeria sacra dell'Altopiano dei Sette Comuni

Alberto Bordignon

Parlare dell'Altopiano dei Sette Comuni potrebbe apparire limitante, se non addirittura campanilista, ma le peculiarità di tale territorio e la sua storia ne fanno, invece, un interessante bacino di studi anche dal punto di vista storico-artistico. La sua posizione geografica è strategica. Esso si presenta, infatti, con confini naturali ben definiti essendo racchiuso ad ovest dalla Valle di Centa e dalla Valdastico, a nord dalla Valle di Sella e dalla Valsugana, ad est dal canale del fiume Brenta, mentre a sud degrada verso la pianura vicentina. Tale sua conformazione ne ha sempre fatto un privilegiato avamposto di controllo delle vie di comunicazione e commerciali con il Trentino ed il nord dell'Europa. Le testimonianze pervenuteci, nonostante le numerose vicende belliche - la Prima Guerra Mondiale fu la più devastante - lasciano intravedere quei fermenti culturali che interessarono nel tempo tale contesto montano, il quale non rimase così isolato come si potrebbe presupporre da quegli stimoli culturali provenienti dal territorio circostante. Il corpus di oreficerie sacre costituisce, da un punto di vista numerico, la più significativa testimonianza di un popolo che espresse attraverso questa forma d'arte anche la propria fede e cultura. Proprio attraverso le arti preziose è, forse, possibile ricostruire la trama di una società che riuscì anche ad andare oltre i propri confini geografici.

Tali suppellettili erano state, negli anni Ottanta del Novecento, oggetto di una prima catalogazione attuata dalla Regione del Veneto, ma su questi beni non era mai stato effettuato uno studio approfondito. Nacque così l'opportunità, in occasione della mia tesi di laurea, di riprendere le indagini sull'argomento inerente le chiese parrocchiali di Asiago, Camporovere, Canove, Conco, Enego, Fontanelle, Foza, Gallio, Laverda, Lusiana, Roana, Rotzo, Rubbio, Santa Caterina e Treschè Conca. Il progetto ha portato alla realizzazione di una primo studio scientifico degli oggetti che ha consentito di individuare, inoltre, preziosi inediti andando ad arricchire i cataloghi di prestigiose personalità artistiche, e di discernere svariate influenze e provenienze con una adeguata lettura dei punzoni ed il confronto stilistico con altre produzioni coeve. La serrata ricerca archivistica condotta presso l'Archivio della Curia di Padova, l'Archivio Diocesano di Vicenza ed i vari archivi parrocchiali ha fatto emergere numerosi inventari, anche datati, che hanno permesso di ricostruire un patrimonio artistico in parte distrutto, documentando non solo le opere esistenti ma anche quelle nei secoli perdute.

Un volantino del comando militare italiano del 1918 definiva l'Altopiano come "la porta d'Italia". Non possiamo negare che per alcuni aspetti tale frase, che all'epoca aveva manifesti scopi propagandistici, racchiude una verità storica. Il territorio, infatti, fu sempre oggetto di contese tra le varie signorie quali gli Ezzelini, i Carraresi, gli Scaligeri, i Visconti ed infine la stessa Venezia. Tali attenzioni non erano solo per le sue ricchezze territoriali come i boschi che fornivano legname per l'edilizia e la cantieristica, le cave di marmo, ma soprattutto per la valenza strategica del territorio. I locali abitanti uniti in una Reggenza, consci dell'importanza delle loro terre, seppero d'altronde ben sfruttare a loro vantaggio la situazione, garantendo fedeltà alle varie signorie che si susseguirono in cambio di privilegi in ambito economico e fiscale. Tali agevolazioni consentirono agli autoctoni di crescere economicamente e tale prosperità fu spesso rivoltà all'abbellimento delle chiese con committenze importanti. Committenze che, con molta probabilità, avvenivano in occasione dei viaggi che per ragioni commerciali e politiche si svolgevano a Venezia, Vicenza e Padova quest'ultima sede anche della Diocesi da cui dipendevano le parrocchie. Giovanni Battista Verci, erudito storico bassanese, nelle sue Notizie intorno alla vita e alle opere dei pittori, scultori e intagliatori della città di Bassano, e Gaetano Maccà, studioso e storico di Vicenza, nella sua Storia del Territorio Vicentino ci lasciano numerose testimonianze sulle opere d'arte che adornavano le chiese dell'Altopiano. Sfogliando i documenti si ritrovano i nomi dei Nasocchi di Bassano del Grappa, pittori citati con onore, ma le cui opere sono state in gran parte travolte dal tempo e dall'oblio; "l'opera più stimata che essi fecero" - parafrasando il Verci - "sta in Gallio, uno de' Sette Comuni", ed ancora la pala dell'altare maggiore della parrocchiale di Foza. Maggiore fortuna ebbe la bottega dei Da Ponte, anch'essa sita a Bassano del Grappa, ad iniziare da Francesco il Vecchio che si mostrò particolarmente sensibile al rinnovamento culturale della prima metà del ‘500, tanto da ottenere commissioni per il duomo di Asiago e quello di Enego. Il più dotato figlio Jacopo, il quale studiò nella bottega di Bonifacio de' Pitati a Venezia e proprio nell'ambiente lagunare acquisì ed esportò con le sue opere influssi da Tiziano, Romanino, Veronese e Parmigianino oltre che della maniera dell'Italia centrale importata a Venezia da Giorgio Vasari e Francesco Salviati. Jacopo lavorò per le chiese di Asiago, Santa Caterina, Lusiana ed Enego dove affrescò gran parte dell'edificio. Dopo di lui i figli Francesco il Giovane e Leandro lavorarono per Asiago e Gallio. Nel corso del tempo si alternarono ulteriori artisti quali i pittori Giambattista Maganza a Rotzo ed Antonio Scajaro a Canove e Roana. Lo scultore Orazio Marinali che aveva la sua bottega in Vicenza realizzò l'altare maggiore per Asiago. Ancora la chiesa di Conco, in particolare il suo presbiterio, rappresenta uno dei più interessanti esempi di rococò settecentesco veneto.

Tale schematica introduzione consente di avere una panoramica generale di quella che fu l'attenzione dell'Altopiano verso la temperie artistica. L'attenzione degli abitanti per le loro chiese si espresse come si diceva nelle sacre suppellettili utilizzate nel corso della liturgia, preziosi e particolari oggetti che consentono di leggere non solo aspetti artistici e religiosi, ma anche sociali ed economici. Vorremmo pertanto portare l'attenzione su alcuni oggetti in particolare per la presenza di iscrizioni che celebrano la committenza popolare, ma anche perchè rappresentano degli interessanti strumenti per cogliere le evoluzioni sociali di un popolo. Un importante momento per le popolazioni dei Sette Comuni fu il 9 giugno 1783, quando con una solenne e sfarzosa cerimonia nella basilica di San Pietro a Roma venne proclamata beata la monaca benedettina Giovanna Maria Bonomo (Asiago 1606-Bassano del Grappa 1670). Le cronache raccontano che furono organizzati grandi festeggiamenti per l'occasione e la gioventù asiaghese per celebrare l'evento raccolse fondi per far realizzare un degno reliquiario (fig. 1), eseguito nel 1785, come indicato nell'iscrizione incisa nella specchiatura inferiore: MUNUS/JUVENTUTIS ASYLIACENAE/AN DOM MDCCLXXXV (fig. 2). L'oggetto di notevoli dimensioni - cm 45 di altezza e 60 cm di larghezza - ripropone nelle articolate volute e negli elementi fitomorfi le peculiarità decorative che caratterizzarono le arti decorative del maturo Settecento veneziano e veneto. Dunque persistenza di stilemi barocchi e rococò alla fine di un secolo in cui si stavano evolvendo e diffondendo nuovi gusti legati a forme più semplici, con un ritorno alla linearità e alla simmetria dopo gli "eccessi" dei cosiddetti stili Reggenza e Luigi XV, che avevano influenzato la moda di tutta Europa. Nel 1784, infatti, Jaques-Louis David dipinge il Giuramento degli Orazi, opera miliare della storia dell'arte in quanto segna l'inizio del Neoclassicismo, ma ancor prima negli anni Cinquanta e Sessanta Johan Joachin Winckelmann aveva iniziato i suoi studi sull'arte greca e romana sfociati in quelle pubblicazioni che avrebbero fortemente influenzato la cultura di un'intera epoca; negli stessi anni Antonio Canova esordiva con successo, come scultore, a Venezia e Roma. Tali rinnovamenti non tarderanno a ripercuotersi in territorio veneziano nelle arti applicate, in l'oreficeria ad esempio con la creazione dello "Stile San Marco" caratterizzato da una sobria decorazione di andamento verticale. Il reliquiario della beata Giovanna Maria Bonomo si presenta come modello di persistenza e continuità di uno stile da tutti accettato ed apprezzato. L'oggetto ci consente, inoltre, di avere ulteriori informazioni sulla popolazione alpigiana, quali le buone condizioni economiche in cui, si può presumere, essa dovesse vivere, perché i giovani di Asiago siano riusciti a commissionare e a pagare un oggetto di tale importanza e dimensioni, il quale doveva palesare a chiunque la devozione e la gioia per la concittadina elevata agli onori degli altari.

Il XIX secolo si aprì per tale territorio con non poche problematiche: l'invasione dell'esercito francese con le conseguenti spoliazioni nelle chiese, la cessione all'Austria, la parentesi francese del Regno d'Italia, per finire con la completa annessione del Lombardo-Veneto ai domini asburgici. A tale instabile situazione politica, che aveva portato all'abolizione degli antichi privilegi, fecero seguito una terribile carestia e una crisi economica che, compromisero pesantemente l'assetto sociale delle popolazioni montane. A partire dal 1818 la situazione andò però gradatamente migliorando grazie alle opere pubbliche attuate dal governo austriaco e all'apertura dei primi impianti turistici. Tale ripresa economica e sociale si può constatare in un preziosissimo oggetto della chiesa di Santa Giustina di Roana, lo spettacolare ostensorio (fig. 3) - cm 78 di altezza - realizzato nel 1823 da Giovanni Antonio Costa, orefice interessante, originario di Asiago, ma con bottega in Schio, su esplicita committenza dei parrocchiani, come si evince dall'incisione riportata sul piede: LA/POPOLAZIONE/DI ROANA PER/SUA DIVOZIONE (fig. 4). È facile pensare che una simile realizzazione non sarebbe mai stata intrapresa se gli abitanti non avessero avuto i mezzi necessari per pagare le ingenti quantità d'argento e oro, e le moltissime ore di lavoro di sbalzo, cesello ed incisione occorse essendo l'ostensorio lavorato in ogni sua parte. La monumentale suppellettile nel suo articolato apparato decorativo, dominato dal fusto come allegoria della fede e putti a tutto tondo sulla base (fig. 5) e sulla raggiera, presenta evidenti reminescenze di gusto rococò riconducibili alla manifattura di Angelo Scarabello, che fu uno dei più rappresentativi e apprezzati orefici del Settecento veneto. Nuovamente persistenze di un gusto precedente, che paiono ben radicarsi nella produzione di oggetti religiosi quasi a respingere un ritorno al gusto romanico e gotico, gusto che la nascente epoca romantica stava infondendo alle arti decorative.

Dopo tale opera del Costa bisogna aspettare il 1897 per trovare nuovamente un oggetto commissionato dai fedeli per farne dono alla propria chiesa: il reliquiario di santa Barbara (fig. 6) dell'arcipretale di Rotzo. Il pregevole oggetto reca incisa sulla base tale iscrizione: IN ONORE DI S. BARBARA V. M. I MINATORI DI ROTZO IN VESTFALIA E NELLA STRADA DEL PIOVAN COLLA PARROCCHIA 1897. Tra questo ed il precedente ostensorio vi sono settantaquattro anni di distanza, uno spazio cronologico nel quale sono avvenuti molteplici cambiamenti storici e artistici, ma che non sembrano avere influenzato il gusto imperante in ambito ecclesiastico, dato che il reliquiario rimanda nuovamente a modelli barocchi, in contrasto con il nascente stile Jugendstil. Particolare interessante è l'aver riscontrato nei documenti d'archivio, riguardanti la chiesa di Rotzo, la presenza di reliquiari in argento dal 1776 al 1885, inaspettatamente nel successivo inventario del 1902 viene menzionato un solo reliquiario. Tale cambiamento di dati nei documenti lascia pensare che quelli più antichi siano stati riutilizzati per realizzare quello in esame, aspetto che evidenzierebbe come siano mutate le condizioni sociali del territorio: gli abitanti non hanno più la possibilità di realizzare nuovi oggetti e preferiscono sacrificare quelli più antichi. Un ulteriore elemento di cambiamento sociale è esplicitato dai donatori stessi, emigranti all'estero, i quali intendono comunque mantenere un legame con la terra natale, omaggiando la loro chiesa e la loro patrona, come sottolinea ulteriormente la figura del minatore sulla base in devoto atteggiamento (fig. 7), aspetto questo che contraddistingue anche la pittura veneta di quegli anni. Infatti i veronesi Vincenzo De Stefani e Francesco Danieli propongono una pittura di alta qualità con effetti cromatici luminosi e pastosi, ma prettamente aneddotica, in cui è completamente assente la componente sociale a differenza della pittura lombarda.

Solamente negli anni Trenta del XX secolo vengono individuate nuove committenze popolari con opere fatte eseguire alla Scuola del Beato Angelico di Milano. Questa, fondata nel 1921, per dare nuovo impulso alle arti liturgiche, abolisce "l'ignobile commercialismo e l'apparenza teatrale" che, a dire di mons. Giuseppe Polvara, direttore della Scuola fra gli anni Trenta e Quaranta, avevano imperato sino ad allora. Gli oggetti realizzati sono il calice della parrocchiale di Foza (fig. 8 e fig. 9) e i due ostensori rispettivamente delle chiese di Camporovere (fig. 10) e Canove (fig. 11), tutti realizzati per l'anniversario della Redenzione del Signore e l'Anno Santo celebrato fra il 1933 ed il 1934. I tre pregevoli oggetti presentano stilemi di gusto bizantineggiante e romanico ispirati ai cicli musivi delle chiese di Ravenna - quali le croci gemmate ed i girali di vite ed alla scultura del V secolo, palese nella raffigurazione dell'Agnello mistico con la sua processione (fig. 12) - oltre che ad una purezza formale priva di orpelli decorativi, di cui sono un bell'esempio i tondi degli Evangelisti dell'ostensorio di Canove (fig. 13). Si assiste ad un un rinnovamento stilistico nell'arte religiosa in concomitanza, anche, delle sperimentazioni formali che si andavano attuando nell'arte italiana: in pittura Massimo Campigli, con le sue figure caratterizzate da un ermetico equilibrio plastico ed essenzialità formale ispirate alle antichità etrusche, in scultura il trevigiano Arturo Martini, con opere che rievocano il plasticismo di età romanica, e che proprio negli anni Trenta si muoveva con slanci ascensionali di reminescenza gotica. Entrambi gli artisti lavoreranno a Padova nella decorazione del Liviano progettato dall' architetto Giò Ponti uno dei più insigni rappresentati dell'architettura razionalista italiana. Le tre suppellettili sono, inoltre, interessanti per le iscrizioni che recano, nelle quali si precisa che la "pietà popolare" ha voluto tali oggetti utilizzando il tesoro della Madonna, per realizzare il calice, e l'oro e l'argento raccolto dalla liberalità dei parrocchiani, per i due ostensori. Tali particolari evidenziano come in quegli anni, sotto il regime fasciata, la situazione sociale si fosse ulteriormente modificata, le disponibilità finanziarie si fossero fatte sempre più esigue, e si fosse dovuti ricorrere alla raccolta di oggetti preziosi da parte dei singoli abitanti per sgravare i costi di realizzazione. Ecco che tali oggetti pensati e realizzati per assolvere ad una precisa funzione nella liturgia cristiana, divengono testimonianze artistiche per la storia dell'oreficeria e dell'artigianato veneto e italiano, di come questi si siano evoluti in relazioni ai tempi ed al mutare delle sensibilità dei committenti, ma sono anche sensori per comprendere la storia di un popolo e le sue peculiarità in relazione alle proprie aspirazioni, tradizioni e devozioni.

L'autore
Alberto Bordignon si è laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università Cà Foscari di Venezia, con una tesi sull'oreficeria sacra. Collabora con la Soprintendenza per i Beni Storico, Artistici e Etnoantropologici per le Province di Verona, Vicenza e Rovigo nell'ambito della catalogazione.

Bibliografia
A. Bordignon, Oreficeria sacra dell'Altopiano dei Sette Comuni. Storia e catalogazione, Tesi di laurea, relatore A. M. Spiazzi, correlatore Letizia Caselli, Università Ca' Foscari di Venezia, aa. 2003-2004.
G. Maccà., Storia del Territorio Vicentino, XIV, Caldogno (VI), 1816.
G. Polvara, La scuola di artigianato alla Scuola Sup. d'Arte Cristiana B. Angelico. Relazione letta da mons. Polvara nella festa della riconoscenza - 31-V-1947, in "Arte Cristiana", Milano, 1947, pp. 65-72
A. Stella (coordinatore), Storia dell'Altipiano dei Sette Comuni. Territorio e istituzioni, I, Vicenza, 1996.
Ibidem, II.
G. B. Verci., Notizie intorno alla vita e alle opere dei pittori, scultori e intagliatori della città di Bassano, Bassano del Grappa 1775.
G. Vinco da Sesso e L. Alberton Vinco da Sesso., La beata Giovanna Maria Bonomo: la gloria e l'immagine, in "Bollettino del Museo Civico", 25, 2005, pp. 213-244.

Referenze fotografiche
© Archivio dell'autore.

Ringraziamenti
Si ringrazia l'autore per la gentile concessione.