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La croce di San Venanzio a Camerino: un capolavoro disperso e (in parte) ritrovato

Benedetta Montevecchi

Nel settembre del 1968, veniva trafugata dalla chiesa di San Venanzio a Camerino (Macerata) una grande croce-reliquiario. Dell'opera non rimanevano che le riproduzioni fotografiche a colori di una delle due facce e di un particolare, pubblicate nel 1986 da Angelo Antonio Bittarelli [1] (fig. 1). L'opera fu smembrata e suddivisa tra vari destinatari. Qualche anno dopo, infatti, due importanti musei stranieri restituivano alcune delle formelle [2] che, sistemate su una sagoma cruciforme in plexiglass, venivano riconsegnate alla chiesa camerinese.
La croce, ancorché priva di buona parte dei suoi ornati, nel 2001 fu inserita in un volume dedicato all'oreficeria della provincia di Macerata [3] in cui, oltre alla descrizione, si proponeva un commento stilistico basato sull'esame delle parti superstiti e sulla esigua bibliografia esistente, cioè il citato testo di Bittarelli e una stringata notazione di inizio Novecento dell'Aleandri che citava la: "...bella Croce stazionale d'argento con smalti e nielli..." [4].
Proprio tramite il volume sull'oreficeria nel Maceratese e in seguito al rinnovato interesse per l'opera, nel 2006 un collezionista inglese restituiva le due terminazioni superiore e inferiore
[5]. A seguito di ciò, l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze realizzava una nuova sagoma in plexiglass [6] su cui venivano posizionati tutti i pezzi recuperati. La croce è stata poi presentata a Camerino [7] e sottoposta per la prima volta all'attenzione degli studiosi che potevano valutarne direttamente la straordinaria qualità esecutiva e il notevole interesse in quanto raro esempio superstite di oreficeria trecentesca marchigiana ornata con smalti traslucidi.
Nella primavera del 2007 si recuperavano a Parigi altre due formelle: la placchetta posta all'incrocio dei bracci, intorno alla teca centrale, e la terminazione destra [8] (fig. 2).
La croce era così ricostituita quasi per intero, a parte due piccoli elementi triangolari, già sotto l'incrocio dei bracci, e buona parte delle cornicette modanate che inquadravano i vani con le reliquie. In realtà, era stato ricomposto solo il lato della croce quale si presentava negli anni '80 del Novecento e documentato nella foto pubblicata da Bittarelli; mancava infatti qualunque indizio relativo all'altro lato della croce.

A fare luce sull'originario aspetto dell'opera è ora un prezioso documento recentemente trovato da Matteo Mazzalupi [9]. Si tratta di un Inventario della chiesa di San Venanzio del 1565 nel quale, in data 7 giugno, troviamo elencata: "Imprimis una croce grande tutta d'argento dorato smaltata con varie figurette d'argento con 12 vetri tondi grandi et X piccoli drento li quali sono reschiuse molte devotissime reliquie, et in mezzo fra l'altre vi è una delle Santissime Spine de Nostro Signore, et di più per ornamento intorno ad essa sono 14 borchiette d'argento con pietre di varii colori et tre mezze borg[h]iette senza pietre pur d'argento, [aggiunto con altro inchiostro:] quelle con le pietre ne son 4 staccate" [10]. In altra parte del documento lo stesso studioso trova ancora citata la croce che era definita per antonomasia "la croce grande della chiesa", assieme alla notizia che intorno al 1600 ne erano state tolte le Sacre Spine e una reliquia di san Nicola da collocare all'interno di due nuovi altari [11].
Da questa descrizione e dal numero delle teche per le reliquie (chiuse da "12 vetri tondi grandi" e "10 piccoli") si evince che l'altra faccia della croce era uguale a quella che conosciamo nella quale si aprono 6 vani rotondi, circondati da formelle polilobate smaltate, e 5 vani minori, di forma romboidale, formati dall'accostamento delle placchette, tutti ormai privi di vetri, oltre che delle reliquie. E' ovvio, poi, che le "varie figurette d'argento" siano da intendersi come i diversi personaggi incisi nella superficie argentea che in alcuni casi rimane scoperta per la caduta della pasta vitrea colorata. Mancano poi le "14 borchiette d'argento con pietre di varii colori et tre mezze borg[h]iette senza pietre pur d'argento" che dovevano essere infisse lungo il perimetro.

Il manufatto, dunque, è giunto a noi estremamente impoverito, privato di una delle due facce e delle decorazioni perimetrali forse già in antico e, dopo lo smembramento in seguito al furto, di buona parte delle cornicette che inquadravano le piccole teche romboidali. Nonostante ciò, grazie alle restituzioni che si sono succedute, si è potuta ricostruire, almeno in parte, questa rara e preziosa suppellettile dalla straordinaria decorazione che attesta la diffusione della raffinata tecnica dello smalto traslucido anche nell'oreficeria marchigiana di metà del Trecento.
Come è noto, quella dello smalto traslucido è una prassi decorativa che, in Italia, ha avuto il maggiore centro di produzione e diffusione a Siena. La tecnica consta di paste vitree colorate e trasparenti stese su placchette in argento preventivamente incise con un disegno il cui tracciato rimane semi-visibile, sottolineato dal colore dello smalto. E' tuttavia una tecnica molto delicata: la pasta di vetro aderisce con difficoltà alla liscia superficie dell'argento (che pure veniva a volte graffiato per offrire una superficie più scabra) e quindi col tempo e con gli inevitabili urti si scheggia e cade molto facilmente. Nonostante il problema intrinseco alla struttura di questa delicatissima tecnica, gli smalti della croce camerinese sono abbastanza ben conservati ed è possibile riconoscere buona parte delle immagini.
La terminazione superiore presenta, in alto al centro, il Redentore, ai lati vi sono san Paolo e san Pietro con altri tre santi meno identificabili, tranne forse quello in basso, giovane e in atto di guardare la punta della penna, che potrebbe essere san Giovanni Evangelista. Immediatamente al di sotto vi è la placchetta superiore del braccio verticale in cui sono raffigurati, tra elementi vegetali, due santi vescovi, forse Ansovino [12] e Leonzio
(fig. 3), venerati localmente. Abbiamo poi, sul braccio orizzontale, la placchetta con san Francesco (fig. 4), a sinistra, e la terminazione adiacente con cinque profeti che srotolano lunghi cartigli e un piccolo personaggio appeso al ramo di un albero, identificabile in san Vittorino (fig. 5). E' anche questo un santo locale la cui curiosa iconografia deriva dalla tradizione agiografica: era un eremita che, dopo avere ceduto alle lusinghe del demonio sotto le specie di una bella fanciulla, si era poi ravveduto, rimanendo per penitenza in quella scomoda posizione per tre anni [13]. A destra è rappresentato san Venanzio (fig. 6), protettore di Camerino, che sorregge il modellino della città e ne sostiene il vessillo. Nella terminazione destra, oltre a figure di profeti, si riconoscono Dio Padre con lo Spirito Santo, l'angelo annunziante e la Vergine annunziata. Un tema iconografico, quello dell'Annunciazione, ricorrente nelle croci processionali, in quanto allude all'incarnazione di Cristo quale premessa al suo sacrificio e quindi alla Redenzione. All'incrocio dei bracci, una serie di otto angeli in volo, a braccia aperte, sembrano sostenere la teca che racchiudeva la reliquia principale, cioè una delle Sacre Spine. Negli angoli del potenziamento quadrangolare vi sono quattro cespi d'acanto multicolori, eleganti inflorescenze vegetali che riempiono gli spazi vuoti, secondo un'economia decorativa che si ritrova in altre parti della croce, per esempio tra le due figure di santi vescovi, sopra ricordate, separate da ampi girali vegetali che si dipartono da una rosetta centrale. Lungo il montante inferiore è posta una formella quadriloba, decorata con rami di rose, sotto la quale sono placchette con i santi Paolo Eremita e Antonio Abate e due angeli disposti intorno ad una delle aperture romboidali per le reliquie. Il montante è concluso dalla terminazione inferiore, nei cui lobi troviamo un profeta con cartiglio, due santi con libro, e tre sante, tra cui una martire, contraddistinta dalla palma e da una fiamma, identificabile in santa Lucia.

Come già detto, le notizie sulla croce offerte dalla storiografia locale sono assai scarse: l'Aleandri la ricorda per primo nel 1905 [14] considerandola opera dell'orafo bolognese Gherardo Cavazza, autore del reliquiario di San Filippo Apostolo della chiesa di San Domenico a Sanseverino [15] Luigi Serra [16] ne ipotizza un'origine francese, forse limosina, e la data a metà Quattrocento. Più di recente Giacomo Boccanera [17] confermando l'attribuzione al Cavazza e datando la croce intorno al 1330, sottolinea la presenza di santi strettamente legati al culto della Chiesa camerinese, il che fa propendere per una fattura locale, seppure da parte di un artefice non marchigiano. Con questa ipotesi concorda anche Angelo Antonio Bittarelli [18].
Sono ben poche le opere marchigiane con cui si possa istituire un confronto. La distribuzione della decorazione intorno alle teche-reliquiario e la sapiente sistemazione degli elementi ornamentali in modo funzionale e complementare rispetto alle figure si ritrova in una croce del duomo di Urbania, purtroppo anche questa rubata e nota solo da fotografie [19], e nella bella croce stazionale, ornata con smalti, che invece è ancora possibile ammirare nella chiesa di San Clemente a Serrapetrona (Macerata), databile all'inizio degli anni '80 del Trecento e restaurata nel 1515. La croce, come quella in esame ricoperta da placchette in smalto traslucido, è stata attribuita ad ambito umbro e accostata all'ambiente pittorico coevo tra Perugia e Assisi, ambito al quale riconducono sia l'esame stilistico del manufatto, ma anche la committenza da parte di un illustre esponente dell'ordine francescano, Ugolino di Andrea da Serrapetrona [20].
Sulla croce di Camerino, non si hanno al momento notizie anteriori all'Inventario del 1565 che la lega con certezza alla chiesa di San Venanzio. Anche per questa croce è tuttavia ipotizzabile un legame con l'ordine francescano, come sembra suggerire la presenza di san Francesco che appare al centro della traversa sinistra, facendo da pendant al protettore san Venanzio, raffigurato al centro della traversa destra.

Come si è accennato, la croce è stata accostata alla produzione di Gherardo Cavazza, un orafo bolognese, ma operoso a Camerino, di cui conosciamo il solo Reliquiario sanseverinate di San Filippo, firmato e datato 1326. E' questa una data forse troppo precoce per la nostra croce la quale, inoltre, rispetto al reliquiario, presenta una qualità esecutiva e una ricchezza decorativa ben più notevoli. Dalle placchette superstiti sembra peraltro potersi evidenziare la presenza di due diversi smaltisti: uno più elegante e ˜cortese', autore della figura di san Francesco, leggermente piegata in un accenno di ˜hanchement', di quella di san Venanzio, con il modellino della città e il vessillo con i colori civici, bianco e rosso, chiuso nell'austera veste lilla, tipicamente trecentesca, che dalle spalle aderenti ricade in ampie pieghe fino a lambire le ricercate scarpe verdi e a punta, oltre che degli angeli e dei santi che appaiono nelle placchette lungo i bracci della croce.
L'altro smaltista è più legato al gusto espressivo e icastico della cultura figurativa emiliana ed è quello che delinea le incisive figure dei santi e dei profeti che occupano i lobi delle terminazioni
(cfr. fig. 4). Sotto la delicata trasparenza dello smalto traslucido, sono evidenti i linearismi profondi delle vesti e l'espressionismo caricato, quasi grottesco dei volti maschili, meno accentuato nella realizzazione delle fisionomie femminili. Tra tutte queste immagini si evidenzia quella, già ricordata e rara, di san Vittorino, venerato a Camerino e nella vicina Pioraco. Anche in questo caso, è immediato il riferimento alla vivacità descrittiva delle miniature per la curiosa figuretta del santo che piega il ramo col suo peso e ricorda i piccoli personaggi dissimulati tra gli ampi girali delle bordure vegetali.

La decorazione della croce presenta dunque una cultura figurativa composita nella quale una vivace vena narrativa, forse mediata dalla pittura bolognese, si innesta su una ineludibile base toscana, se non propriamente senese alla quale vanno forse riferite non solo la scelta della tecnica decorativa, cioè lo smalto traslucido, ma soprattutto le figure più eleganti e accuratamente delineate. Peraltro, la presenza di smaltisti senesi all'interno di botteghe orafe marchigiane (come si sa nelle botteghe orafe erano attivi artefici di estrazione culturale diversa e con specializzazioni tecniche molto precise) era una realtà non infrequente ed è documentata con certezza almeno in un caso: lo smaltista Mariano da Siena attivo, dalla seconda metà del Trecento, a Recanati e a Fermo [21].
Ma se la croce può essere riferita ad una committenza francescana, è anche ipotizzabile un accostamento all'arte umbra, come per la citata croce di Serrapetrona, ricordando poi che proprio in Umbria, a Orvieto, è conservato uno dei capolavori dell'oreficeria trecentesca, il reliquiario del Corporale, opera di Ugolino di Vieri, in cui lo smalto traslucido è protagonista indiscusso. Il deciso riferimento iconografico della croce alla tradizione devozionale di Camerino, comunque, fa ritenere che si tratti di un lavoro realizzato presumibilmente in quella città, dove forse a metà Trecento era ancora attivo l'atelier di Giacomo Cavazza, e dove le fonti ricordano anche altre botteghe orafe [22] in cui artisti di varia estrazione potevano innestare la propria eredità stilistica sulla composita tradizione figurativa locale.

Note
[1] A. A. Bittarelli, Macerata e il suo territorio. La scultura e le arti minori, Milano 1986, p.180. L'originale della documentazione fotografica non è reperibile né è stato possibile conoscere la data e l'occasione della ripresa.

[2] Si tratta di alcune placchette che rivestono il braccio verticale: due santi vescovi (cm 9x8) e due santi e due sngeli con la soprastante formella a elementi floreali (cm 26 x 14,5); della terminazione sinistra con santi (cm 16 x 16); delle due placchette relative al braccio orizzontale con san Francesco e san Venanzio (cm 8 x 9).

[3] B. Montevecchi, Frammenti di croce-reliquiaruio astile, in Ori e argenti. Capolavori di oreficeria sacra nella provincia di Macerata, a cura di M. Giannatiempo Lopez, Milano 2001, pp. 89-92.

[4] V. E. Aleandri, Documenti per la storia dell'arte nelle Marche, in "Rassegna Bibliografica dell'Arte Italiana", 1905, p. 155, nota 1.

[5] Le terminazioni misurano ciascuna cm 16 x 16.

[6] La struttura misura cm 91 x 74.

[7] La presentazione si è tenuta nell'ambito della cerimonia dedicata al ricordo dello storico camerinese Giuseppe Vitalini Sacconi, svoltasi il 4 novembre 2006.

[8] La riconsegna è avvenuta durante la manifestazione tenutasi a Camerino, in occasione della Settimana della Cultura, il 12 maggio 2007. La terminazione destra misura cm 16 x 16, la formella centrale, cm 18 x 22. La croce sarà sottoposta (inizio 2008) ad un intervento, a cura della Soprintendenza PSAE delle Marche di Urbino e sotto la direzione di Alessandro Marchi e di chi scrive, che prevede la revisione dello stato conservativo di tutti gli smalti e il ridimensionamento del supporto in plexiglass. L'opera sarà quindi conservata nella raccolta museale della chiesa di San Venanzio.

[9] Ringrazio lo studioso che, con amichevole generosità, mi ha comunicato il risultato della sua ricerca.

[10] Archivio di San Venanzio, Decreti Capitolari, 1552-1616, c.464r.

[11] Matteo Mazzalupi ha in corso una più ampia ricerca su tali argomenti di cui darà conto in un suo prossimo lavoro.

[12] L'Aleandri riconosceva in uno dei santi Porfirio che, però, non era vescovo.

[13] A. Amore, Vittorino, in Bibliotheca Sanctorum, XII, Roma 1969, coll. 1304-1306.

[14] V. E. Aleandri, cit.

[15] Cfr. B.Montevecchi, Reliquiario di San Filippo Apostolo, in Ori e argenti.., cit., pp. 80-81.

[16] L. Serra, L'arte nelle Marche, I, Pesaro 1929, p.333; II, Roma 1934, pp. 494-496.

[17] G. Boccanera, Venanzio di Camerino, in Biblioteca Sanctorum, XII, Roma 1969, col. 976 e Id., Cavazza, Gherardo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 23, Roma 1979, p. 41.

[18] A. A.Bittarelli, cit.

[19] Cfr. G. Barucca, San Cristoforo nelle suppellettili ecclesiastiche della Cattedrale di Urbania, in In viaggio con San Cristoforo. Pellegrinaggio e devozione tra Medio Evo e età Moderna, a cura di L. Mozzoni e M. Paraventi, Firenze 2000, p. 87.

[20] Cfr. G. Barucca, Croce stazionale, in Ori e argenti..., cit., p. 88.

[21] Cfr. B. Montevecchi, Oreficeria toscana nelle Marche, in Marche e Toscana. Terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, a cura di S. Blasio, Firenze 2007, pp.169-170.

[22] Cfr. G. Gatella, Arti e artigiani a Recanati tra XIV e XV secolo, in Studi maceratesi. Arti e manifatture nella Marca nei secoli XIII-XVI, Atti del XXI Convegno di Studi maceratesi (Matelica 1985), Macerata 1988, pp. 266-268.

L'autore
Benedetta Montevecchi è direttore storico dell'arte della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico delle Marche-Urbino.

Referenze fotografiche
© Archivio dell'autore.

Ringraziamenti
Si ringrazia per la disponibilità dimostrata l'autore, la Curia Arcivescovile di Camerino e San Severino Marche e la Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico e Etnoantropologico delle Marche-Urbino.