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Tra donazioni e committenza: il Tesoro della Scuola Grande di San Rocco nel Cinquecento

Maria Agnese Chiari Moretto Wiel

 

La straordinaria consistenza del Tesoro della veneziana Scuola Grande di San Rocco, che tradizionalmente si vuole fosse secondo soltanto a quello della Basilica ducale di San Marco, é un dato certo e ampiamente documentato, come altrettanto documentato é il fatto che gli splendidi, oggetti preziosi giunti sino a noi altro non sono che quanto ne rimane dopo le devastanti fusioni operate nel 1797, dalla Serenissima, in primis, e dal Governo Democratico, poi. L'oculata scelta della Repubblica di risparmiare sia gli oggetti destinati al "culto interiore", sia quelli ritenuti di scarso valore venale, ha comunque fatto sì che alcuni pezzi di qualità artistica straordinaria si conservino ancora, a testimonianza di una committenza che nel corso del Cinquecento, l'epoca di maggior splendore della Scuola, fu senz'altro ricchissima e di alto livello, venendo d'altro canto integrata da donazioni e legati testamentari, il più cospicuo dei quali fu quello di Maffeo Donà.

Gli antichi inventari, i registri delle parti (le deliberazioni della confraternita), le polizze (ricevute di pagamento) dei diversi oresi (orefici) impiegati costituiscono un punto di partenza fondamentale per la ricerca, consentendo di notare immediatamente come l'incremento del Tesoro o, meglio, delle robe, ori e argenti della Scuola, proceda di pari passo con quello dell'importanza della Scuola stessa nell'ambito della società veneziana del tempo, aumentata assai rapidamente grazie al possesso del corpo di san Rocco, santo taumaturgo contra pestem, la cui reliquia era oggetto di una costante, intensa venerazione. Come attesta infatti Francesco Sansovino (1581), "accresciuta poi per i tempi calamitosi del morbo [...] di limosine, di lasci, e d'altri utili e vivi proventi, [quella di san Rocco] divenne finalmente più ricca fraterna di tutte le altre".

Già la prima mariegola, la cosiddetta mariegola minor, si rivela fonte preziosa. Vi compare infatti il primo Inventario de le robe de la scuola de misser San Rocho fatto adì ultimo fevrer MCCCCCVI, in cui sono elencati alcuni - pochi - oggetti preziosi: una croce d'argento dorato, un calice (anch'esso d'argento dorato) con la sua patena, un turibolo d'argento con la sua navicella (recanti l'arma di Andrea Ruzier, ad indicarne un precedente possesso o a segnalarne il dono). Vi è poi registrato l'unico reliquiario posseduto dalla Scuola a questa data: uno tabernachulo cum el deo de misser san Rocho, oltre ad una pace d'argento e ad una cassetta-reliquiario di cristallo e avorio. L'inventario é quindi aggiornato al 2 dicembre 1509, quando é documentato l'acquisto di una croce d'argento dorata, della quale si segna peso e prezzo. A questa data, dunque, la Scuola inizia a registrare i propri acquisti, mentre nel 1510 si annotano i doni di un altro calice e di una piccola stauroteca cruciforme. Non risulta peraltro nessuna committenza diretta da parte della confraternita.

Ben diversa la situazione negli anni Venti. Si tratta del resto di uno dei momenti di maggior splendore per la Scuola, che conosce una fase di grande espansione e influenza in città: le spese per la pompa non sono ancora rigidamente controllate dagli organi di governo e notevolissime sono invece le entrate, grazie al culto del patrono e del miracoloso Cristo portacroce, che, non a caso, appaiono entrambi sulle placche della sontuosa legatura del documento che la Scuola riconosce come fondante della propria esistenza: la mariegola (maior), la cui decorazione viene eseguita da Nicolò da Crose, credibilmente tra il 1523 e i primi mesi del 1524, quando firma la polizza per l'avvenuto pagamento a saldo. Sulla placca della coperta anteriore Cristo, caricato della croce, è maltrattato da due sgherri (fig. 1). Sulla placca di quella posteriore appare invece san Rocco, venerato dai confratelli e ritratto secondo l'iconografia tradizionale, in abiti da pellegrino e colto nell'atto di scostare il lembo della veste per mettere in evidenza il bubbone della peste (fig. 2). Allo stesso Nicolò da Crose si possono poi attribuire su base stilistica anche il raffinato reliquiario della Spina (fig. 3), eseguito per conservare degnamente la preziosa reliquia della Spina della corona di Cristo, il cui dono alla Scuola da parte di Zuan Maria Contarini é registrato nella mariegola minor il 20 marzo 1518, e la pace con la Pietà tra i Santi Rocco e Sebastiano, entrambi databili nello stesso torno d'anni, anche se la collaborazione di Nicolò con la Scuola si protrarrà a lungo nel tempo, credibilmente fino alla sua morte. (Nel 1546, infatti, il figlio Sebastiano riscuote, in sua vece, un resto de arzenti de fature).

Alla metà del terzo decennio (20 ottobre 1526) data anche il legato testamentario di Maffeo Donà. Si tratta di un lascito assai consistente, che comprende (per quanto concerne gli arzenti più preziosi, specificati nel dettaglio) ventisei oggetti: cinque bacili d'argento con l'arma Donà, cinque boccali, pure d'argento (tre con lo stemma e due senza), sei coppe grandi dorate e con stemma, dieci coppe mezzane, tra le quali una de radize de perle con il suo coverchio con la mia arma indorada d'argento e zogie e dorada. Pur non elencati esplicitamente nel testamento altri oggetti oggi conservati nel Tesoro della Scuola - quali la pace in steatite e l'altarolo portatile con la Madonna con il Bambino, recanti anch'essi entrambi lo stemma Donà - facevano poi certamente parte del lascito (evidentemente del cosiddetto residuo). Uno solo dei pezzi puntigliosamente descritti dal testatore é oggi conservato e identificabile con sicurezza: si tratta della copa de radize de perle, trasformata tra la fine del Cinquecento (post 1586) e la prima metà del Seicento (ante 1655) nel reliquiario di San Matteo (fig. 4).

Già dalla metà del secolo, infatti, alcuni degli oggetti legati dal Donà vengono rimaneggiati o fusi. Nel 1543 si propone di trasformare una copa di cristallo fornita di alcuni riporti, esistente nel residuo della sua Commissaria e non atta ad ogni servizio, in uno tabernacolo per le reliquie, del quale la Scuola ha bisogno. Un provvedimento simile viene preso poi nel 1553 per sei o otto calici, dei quali non si dichiara la provenienza. Ma l'intervento cinquecentesco più significativo riguardante gli argenti Donà é la fusione di quelli (bacili, coppe, ramini) che all'epoca (1584) risultano rotti, al fine di ricavarne un piede per la Crose et candelieri otto per mettere sopra la tavola dell'Albergo, sui quali si delibera di apporre il segno di san Rocco, et l'arma Donada, in ossequio alle volontà del testatore. Tutti saranno poi consegnati in Zecca nel 1797. La vicenda della fusione e dell'esecuzione dei nuovi oggetti, affidata ad Antonio di Pesadori, orese all'Aquila (già attivo per la Scuola nel 1576, quando aveva eseguito quattro candelieri e due cesendelli da porsi davanti al corpo di san Rocco), occupa uno spazio notevole nel registro delle parti, concludendosi con un nuovo Inventario riformato, stilato il 22 marzo 1585, che conferma l'importanza economica dell'operazione.

Frattanto, già con una parte del 13 agosto 1526, si é deliberata una maggior cura nella custodia dei beni preziosi della Scuola e nel corso degli anni Trenta si provvede a dotare la chiesa di una serie di oggetti liturgici o legati direttamente al culto di san Rocco. Nel 1532 il confratello Bernardino Morati zoieler esegue le splendide portelle in bronzo dorato a protezione della reliquia posta sull'altar maggiore e, nel 1536, una perduta, imponente statua d'argento del patrono. A lui vengono poi comunemente attribuiti anche il cosiddetto calice grande (fig. 5), databile nel medesimo periodo (e dotato di una straordinaria patena di grandi dimensioni, che presenta al centro del cavetto una placca a disco con la raffigurazione della Natività decorata a niello) nonché una croce astile di gusto ormai pienamente rinascimentale, della quale appaiono evidenti le affinità stilistiche sia con le portelle che con il calice.

A tutela dei beni preziosi della Scuola, inventari oggi fondamentali per la ricerca vengono stilati nel 1534 e nel 1543. Dal primo, che attesta l'esistenza della croce granda nova, risulta tra l'altro che i reliquiari sono divenuti tre (quello del dito di San Rocco, quello della Spina e un terzo, del dito di San Pietro). Parallelamente le polizze tramandano il nome di altri orefici attivi per la Scuola, del cui lavoro non rimane oggi traccia: Andrea orese al prexepio e Mafio orese da Sant'Antonio nel 1523, prima, e nel 1537 poi, eseguono dei sanrochi d'arzento e dei segnali d'arzento. Nel 1556 il fiammingo Felipo Chordoan riceve l'incarico di fare uno tabernachulo grando d'arzento, ma, non avendolo egli eseguito, l'incarico passa a Zambernardo de Jacomo orese. Non é chiaro di quale reliquiario si tratti, come non appare mai realizzato il progetto di un grande candeliere che si delibera di far eseguire per la Sala nel 1543. Senz'altro in una data prossima al 1561, anno in cui la Scuola ottiene dal legato papale l'autorizzazione a custodire nella propria chiesa il Santissimo Sacramento, anche se solo per l'adorazione, viene commissionato un sontuoso ostensorio di squisita fattura, la cui decorazione, che accosta riferimenti alla Passione di Cristo e l'immagine di san Rocco conferma come esso (pur non documentato) venga eseguito appositamente per il sodalizio, che intende così celebrare il privilegio ottenuto.

Di molti pezzi apparentemente straordinari a giudicare dalle descrizioni e dai pesi - vittime delle fusioni del 1797, ma anche di altre avvenute nel corso dei secoli - non possediamo oggi invece altro che la traccia documentaria. D'altro canto, come appare evidente dalla ricchissima messe di dati che si é cercato di sintetizzare in queste brevi note, la ricerca sulla vicenda della committenza cinquecentesca di oreficerie da parte della Scuola Grande di San Rocco é ben lungi dal dirsi compiuta, chiarita o conclusa. Al contrario, la continua verifica di documenti e inventari, unita allo studio dei multiformi aspetti della vita della confraternita, quale emerge soprattutto dalle parti, in gran parte ancora inesplorate, apporta infatti costantemente nuovi elementi utili alla ricerca ed alla ricomposizione di un mosaico che appare ogni giorno sempre più vario, complesso e affascinante.

Bibliografia
M. Brunetti, Il Tesoro della Scuola Grande di San Rocco, in "Dedalo", IV, fasc. XII, pp. 743-769.
M. A. Chiari Moretto Wiel, Distruzione e salvezza: la vicenda del Tesoro tra il 1797 e il 1806, in 1806. La Scuola Grande salvata, a cura di M. A. Chiari Moretto Wiel, Quaderni della Scuola Grande di San Rocco, n. 10, Venezia 2006, pp. 118-131.
M. A. Chiari Moretto Wiel, in I Tesori della Fede, catalogo della mostra, Venezia 2000, pp. 153-158, p. 160, pp. 164-166, pp. 181-186; pp. 194-198; pp. 201-207; pp. 209-210.
M. A. Chiari Moretto Wiel, Il culto di san Rocco a Venezia: la Scuola Grande, la sua chiesa, il suo tesoro, in San Rocco. Un pellegrino sulla via Francigena, catalogo della mostra, Milano 2000, pp. 67-81, pp. 188-190.
M. A. Chiari Moretto Wiel, in Oro di Venezia, catalogo della mostra, Venezia 2002, pp. 40-51.
M. A. Chiari Moretto Wiel, Per la riapertura del Tesoro: note e restauri, in "Scuola Grande Arciconfraternita di San Rocco. Notiziario", 2, 1999, pp. 17-19.
M. A. Chiari Moretto Wiel, Recenti interventi di restauro sul patrimonio artistico "minore", in "Scuola Grande Arciconfraternita di San Rocco. Notiziario", 11, 2004, pp. 11-15.
M. A. Chiari Moretto Wiel, Spigolature sul Tesoro, in "Scuola Grande Arciconfraternita di San Rocco. Notiziario", 17, 2007, pp. 26-30.
M. A. Chiari Moretto Wiel, Il Tesoro della Scuola Grande di San Rocco e il legato di Maffeo Donà: note e precisazioni, in Gli affanni del collezionista. Studi di storia dell'arte in memoria di Feliciano Benvenuti, Miscellanea Marciana, Padova 2003-2005, pp. 55-66.
J. Pomorosac de Luigi, Il Tesoro di San Rocco, in Venezia e la peste, catalogo della mostra, Venezia 1979, pp. 329-341.
Tesoro della Scuola Grande di San Rocco in Venezia. Guida al visitatore, Venezia 1901.
D. Ziliotto, Oreficeria religiosa veneziana tra gotico e Rinascimento, tesi di laurea, Università degli Studi di Venezia, relatore W. Dorigo, a.a. 1993-1994.

L'autore
Maria Agnese Chiari Moretto Wiel é professore di Storia dell'Arte Veneta presso la sede veneziana Wake Forest University di Winston Salem, N.C.. Tiene inoltre corsi di Storia dell'Arte Veneta del Rinascimento per la Duke University di Durham, N.C. ed é titolare dell'insegnamento di Storia del disegno, dell'incisione e della grafica presso l'Università Ca' Foscari di Venezia.
Da anni cura il patrimonio artistico "minore" della Scuola Grande di San Rocco in Venezia e in modo specifico il suo Tesoro, del quale ha studiato le vicende storiche ed i singoli pezzi, seguendone anche personalmente i sistematici interventi di restauro condotti nel corso dell'ultimo decennio e pubblicando numerosi contributi scientifici in materia.

Referenze fotografiche
© Scuola Grande Arciconfraternita di San Rocco, Venezia.

Ringraziamenti
Si ringrazia la Scuola Grande Arciconfraternita di San Rocco per la gentile concessione e la disponibilità dimostrata.